Beata ignoranza

Tutti assolti. I 24 consiglieri regionali della Valle d’Aosta che erano stati mandati a processo per peculato, finanziamento illecito dei partiti e indebita percezione di contributi pubblici per 1,5 milioni di euro sono stati dichiarati innocenti dal tribunale di Aosta perché il fatto non sussiste.

Avevano comprato un motorino da mettere come primo premio alla tombola del partito, avevano chiesto rimborsi per cene di lusso, champagne, acquisti in gioielleria, l’ingaggio di attori per una festa etnica. Si erano dati da fare con le carte di credito dal 2008 al 2012, avevano usato denari destinati al partito (non sempre lo stesso, qui c’è un ampio arco costituzionale) per ristrutturare casa, avevano saldato voli per Roma e ritorno alla moglie.

Avevano insomma cavalcato la tigre come molti loro colleghi di altre regioni, egualmente indagati per tutte queste «spese pazze» che nulla hanno a che vedere con la gestione di un gruppo consiliare o di un partito politico.

Assolti, innocenti, il fatto non sussiste. Siamo contenti per loro, anche se l’esempio per i cittadini non è quel che si dice positivo e la vicenda non porterà benefici di popolarità alla classe politica (e in generale alla classe dirigente). Ma la legge è la legge.

Perché assolti? Perché non sapevano di commettere reato. Pensavano che comprare un motorino per una lotteria, ristrutturare la taverna, e cambiare le targhe d’ottone della porta di casa a spese del contribuente fossero atti politici. «La legge non ammette l’ignoranza», mi ammoniva mio padre. Ma l’ignoranza a statuto speciale dev’essere qualcosa di diverso.

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