Il destino di Astino

Il destino di Astino

Astino è un gioiello. E i gioielli realizzati per il bene della collettività vanno visti, vanno toccati, devono tornare a illuminare con la loro leadership naturale il luogo nel quale sono incastonati.

Per questo facciamo fatica a comprendere la gastrite di alcuni residenti infastiditi dalle troppe presenze in zona, da qualche moto parcheggiata lungo i muri e dalle auto delle persone attratte da una meraviglia restituita alla sua gente. Sono andato ad Astino nel silenzio e nel vento, quando cadeva a pezzi, traccia affascinante ma abbandonata di un tempo perduto, scorcio ideale per chi ha la finestra in quella direzione. E basta.

Ci sono tornato qualche sera fa, l’ho trovato cuore pulsante di un territorio, patrimonio di tutti da valorizzare e da far apprezzare. E ho sorseggiato uno spritz. Non mi sono sentito a disagio, non ho avuto la percezione di sminuire con la mia scamiciata presenza il sacro valore di quelle pietre. Stavo bene, in pace con me stesso e con quel luogo finalmente attrattivo anche per chi non sta rileggendo «Il nome della rosa». Esattamente come le migliaia di persone che tutti i giorni si fermano in bermuda e coca cola davanti alla cattedrale di Chartres, a Sant’Ambrogio. Con il diritto di accarezzare quelle pietre e, dopo l’ultimo sorso, di entrare a incontrare la devozione e la storia. In questo senso l’ex monastero di Astino non può essere solo un involucro, la cosa è palese e la sfida è appena cominciata.

È evidente che Astino abbandonato era un patrimonio per pochi e Astino rinato è un patrimonio di tutti. Ed è altrettanto evidente che, nel rispetto delle norme, il destino di Astino sia quello dei vivi. Non più quello regolato dalla pace eterna.


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Giorgio Gandola Direttore de L'Eco di Bergamo

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