Mercoledì 03 Settembre 2014

La conversione di Fausto

Fausto Bertinotti

Anche Bertinotti è caduto da cavallo. Si tratta dell’immobile cavallo di marmo del comunismo, che la sinistra radicale continua a cavalcare. Al Todifestival ha dichiarato che il comunismo è fallito. La constatazione, a 25 anni dal fatale 1989, non è originale.

Bastava togliersi dagli occhi le fette di salame ideologico. Ma Bertinotti ha operato una clamorosa «rottura epistemologica»: le culture da cui ricomincerebbe un cammino di liberazione sono quella liberale e quella cristiana, perché storicamente hanno i diritti della persona umana di fronte all’economia e allo Stato, mentre quella comunista ha sacrificato le persone libere alla rivoluzione in arrivo o in corso.

Le conversioni tardive sono oggetto di ironie talora sprezzanti e di accuse di protagonismo o di opportunismo. Di più: Bertinotti non è mai stato comunista, semmai un socialista rivoluzionario e massimalista, estraneo all’asse classico Gramsci-Togliatti-Berlinguer, che ha ispirato tanta parte di intellettualità italica sopracciliosa.

Ci vuole coraggio per mettersi nella fila degli operai dell’undicesima ora. Mentre alcuni testimoni di Jeova del comunismo continuano a puntare lo sguardo verso porti delle nebbie, mentre altri ripetono ostinati che «il comunismo è un’idea giusta, ma realizzata male» – lo aveva dichiarato lo stesso Fausto nazionale – egli riconosce, ora, che l’idea era sbagliata, anche se realizzata «benissimo».

La persona/libertà diviene il valore-guida, di nuovo e sempre, mentre stiamo entrando nel tempo che Jean Guitton definì metafisico, quello di una nuova Genesi, in cui l’Uomo si accinge a creare l’Uomo.

Giovanni Cominelli

© riproduzione riservata