La grande bruttezza

La grande bruttezza

Come accogliere un ospite. La stagione sta per arrivare ai picchi e «il Paese più a vocazione turistica del mondo» (parole del ministro Franceschini controfirmate da chilometri di politici del presente e del passato) è pronto a ricevere i visitatori come si meritano.

Tutto l’impegno in tre numeri: duemila stranieri lasciati sotto il sole davanti ai cancelli di Pompei sbarrati da un’improvvisa assemblea sindacale; sessanta voli cancellati a Fiumicino per uno sciopero piazzato nel primo weekend col bollino rosso proprio per fare male; due metri di distanza fra i rifiuti abbandonati con topo morto e lo splendore del Pantheon, in quella Roma che il New York Times un paio di giorni fa ha ribattezzato «La grande bruttezza» enfatizzandone proprio il degrado.

Tre fotografie dell’Italia turistica per quello che è oggi. E non per quello in cui vorrebbero trasformarla gli esploratori dell’ovvio legati al luogo comune dei monumenti, del Grand Tour, dei piccioni in piazza San Marco e del Cupolone. Sbandiamo sotto la calura, ripiegati sui nostri interessi di bottega (si attendono prese di posizioni sindacali sulla serrata di Pompei e sulla coltellata di Fiumicino) e ormai disinteressati all’immagine e in definitiva alla dignità di uno dei Paesi più affascinanti del pianeta.

Quando l’emiro del Qatar ha acquistato i grattacieli di Porta Nuova a Milano (valore commerciale 2 miliardi), ai giornalisti che gli domandavano il motivo ha risposto: «Perché non c’è persona al mondo che non voglia essere un po’ italiana». Chi tende a distruggere questo sentimento con la sciatteria che abbiamo sotto gli occhi si assume una grande e triste responsabilità.


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