Lavorare per lo Stato

Perché non ripartono i consumi? È la domanda preferita dai conduttori di talk show per economisti, giornalisti, politici di varia estrazione e pensosi intellettuali in giacca di velluto. La risposta, pur con varie sfumature, è sempre la stessa: perché c’è la crisi.

Basterebbe porre lo stesso quesito alla famiglia media per ottenerne un’altra: perché non ci sono i soldi per consumare un accidente. Lo confermano tre dati incrociati dalla Cgia di Mestre, secondo i quali dal 1995 al 2013 le tasse in Italia sono aumentate del 40,4% mentre il reddito nominale imponibile solo del 19,1%. Il carico fiscale per famiglia è di 15.300 euro, tremila in più rispetto all’ultimo anno pre crisi, il 2007. Con questi parametri, 26 milioni di famiglie italiane sono nel tunnel della criticità, arrivano a fine anno a zero o riescono ad accantonare il minimo indispensabile per dormire senza incubi.

Perché dovrebbero anche comprare il divano nuovo o decidere di andare ad arrostire alle Seychelles? Senza contare che i contribuenti in regola con la legge (è bene precisarlo) lavorano fino al 7 giugno per il Fisco e poi per il bene della propria famiglia. Quest’anno il tax freedom day è arrivato dopo 158 giorni; in Germania è scattato dopo 144, in Spagna dopo 123. Un rapporto più sfavorevole ce l’hanno francesi e finlandesi, ma non possiamo azzardare paragoni per la differenza nella qualità dei servizi al cittadino.

L’unica soluzione per far ripartire i consumi è abbassare le tasse; Renzi ci ha provato con gli 80 euro ma non è bastato. Bisognerebbe tagliare la spesa pubblica, intervenire ancora sulle pensioni d’oro, sulle indennità, sugli sprechi per recuperare ossigeno. Ma della spending review nessuno parla più, chi tocca il Palazzo muore. Il problema è che, non toccandolo, muore il Paese.

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