L’orologio di Grasso

L’orologio della stazione è fermo sulle 10.25 da trentacinque anni, lo abbiamo visto anche domenica in tv. Ogni anno a Bologna il vizio della memoria ci ricorda un’Italia cinica e crudele, ma anche un Paese che sa bussare alla porta della Giustizia con dignitosa fermezza.

Gli orologi volutamente immobili evocano sempre una strage. C’è quello (ancora una stazione) di Comodoro Rivadavia nella Patagonia argentina dopo un massacro di campesinos, ci sono quelli dei municipi di Coventry e Dresda dopo i bombardamenti a tappeto, c’è quello del campanile di San Felice sul Panaro dopo il terremoto dell’Emilia.

Ma l’orologio di Bologna ci dice qualcosa che va oltre le 85 vittime, i 200 feriti per quella valigia di tritolo lasciata da squallide mani in sala d’aspetto. Ci dice che 35 anni dopo anche la Giustizia s’è come fermata. Della strage ci sono le condanne degli esecutori (Fioravanti, Mambro, Ciavardini) ma non ci sono i mandanti, su quelli lo Stato tace.

Ed è davvero singolare che proprio domenica alla commemorazione il presidente del Senato, Pietro Grasso, abbia detto: «Non vorrei che sembrasse un discorso retorico, ma noi non ci stiamo, non dimentichiamo, vogliamo Giustizia». Uscita lunare e appunto retorica.

Frase legittima se pronunciata dai parenti delle vittime, loro hanno il diritto di chiedere nomi e cognomi di chi ha ardimenti assassini e per decenni ha messo in atto depistaggi e insabbiamenti. Lo Stato no.

Lo Stato non può chiedere risposte a noi, ma ha il dovere di darle o di scendere dal palco e lavorare per conoscerle, pure con un pizzico di vergogna. Grasso è magistrato, la differenza fra un’inchiesta e un discorso vuoto dovrebbe essergli chiara. L’orologio della stazione è fermo, ma (purtroppo) anche il suo.

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