Lunedì 02 Giugno 2014

Rai notte

Una veduta generale della sede della Rai

C’è un motto a Roma che fa capire tutto: «I giornalisti si dividono in due categorie, quelli che lavorano alla Rai e quelli che vorrebbero lavorarci». Il motivo è scontato. I dipendenti dell’ente pubblico - non solo i giornalisti, ma in generale gli addetti - hanno sempre guadagnato di più, hanno sempre avuto più privilegi, hanno sempre viaggiato in business class, hanno sempre goduto dei vantaggi di un’azienda potente e protetta.

Anni fa per un’intervista si presentavano in quattro: il reporter, l’operatore, il fonico e il datore di luci. I migliori alberghi, l’autista, il manuale Cencelli nelle assunzioni (come diceva Enzo Biagi «un democristiano, un comunista, un socialista e uno bravo»), l’indennità video, il truccatore, le note spese a piè di lista, Emilio Fede soprannominato «Sciupone l’Africano» dopo una serie di costosi reportage in quel continente.

E in generale un’aura di onnipotenza nell’essere in prima fila sul meraviglioso pianeta dell’informazione. Anche per questo la muscolare agitazione sindacale che percorre i corridoi di Saxa Rubra e viale Mazzini risulta originale, ma ha un motivo più che serio: il premier Renzi ha fatto capire che la festa è finita. Ha chiesto 150 milioni di canone per coprire parte degli 80 euro di sgravi fiscali agli italiani e ha così creato lo scompiglio dalle parti del cavallo di Messina.

Come osa? Renzi osa perché il costo del lavoro dei 13 mila dipendenti Rai ha raggiunto quota un miliardo e 28 milioni, il 36 % dei ricavi. Per dare un termine di paragone, a Sky vale il 7 % e a Mediaset il 13. La battaglia è cominciata, l’impresa è titanica. Curiosità finale: fra gli oppositori alla cura dimagrante ci sono i grillini, ritrovatisi improvvisamente - per la deriva dei continenti della politica e per logiche elettoralistiche - a difendere quelli che fino all’altroieri definivano sprechi.

di Giorgio Gandola

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