«Sono un artista»

A poco a poco la verità emerge come una bolla d’aria scappata dal boccaglio di un sub. Buona parte dei teppisti che hanno messo a ferro e fuoco Milano era italiana, era conosciuta, era stata segnalata se non arrestata in precedenza. Ed è stata lasciata libera di nuocere per quel malinteso senso di garantismo burocratico che spesso sconfina nella passività. Scusi, lei col cappuccio, la felpa nera e la mazza da baseball in macchina chi è? «Marty Feldman». «Me lo dimostri», «Ho lasciato a casa i documenti». «D’accordo, ci credo, vada pure».

«Sono un artista»

La paradossale conversazione non dev’essere poi così lontana dalla realtà se il giorno prima della manifestazione con i black bloc incorporati, una decina di violenti era stata arrestata dalla questura e rilasciata dal giudice per mancanza d’indizi decisivi. Alla domanda: «Perché aveva trenta bombolette spray nel bagagliaio dell’auto?», più di uno ha risposto: «Sono un writer, sono un artista». E il passamontagna? «Mi serve quando spruzzo». Sono un artista. Se ne sono accorti 24 ore dopo i negozianti di via Carducci e i cittadini che avevano parcheggiato le auto, di quale arte si trattava.

Credo non ci sia altro da aggiungere, se non una considerazione semplice e decisiva fatta da Claudio Magris sul Corriere della Sera: «Se sfascio un negozio arriva la polizia e mi porta dentro. Ma se lo sfascio in nome di qualche balbettata ideologia o di una squadra di calcio resto sostanzialmente impunito». Sacrosanto. Nel nostro Paese gli artisti sono tanti.

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