Una domanda

Sfumature e dintorni. Hollande dopo il massacro di Parigi: «Siamo in guerra». Merkel il giorno dopo: «Questa è una guerra». Obama al Congresso: «Parteciperemo a questa guerra contro il terrorismo». Cameron in un’intervista: «Siamo pronti a combattere l’Isis con una guerra». Putin: «Le guerre contro il male sono necessarie».

Si potrebbe continuare fino in Lussemburgo, nel senso che dopo la strage nell’hotel di Bamako il principato ha raddoppiato il suo impegno militare in Mali: aveva un soldato e ne ha inviato un altro. Con due milioni di euro per migliorare l’equipaggiamento dei militari del Paese africano in lotta con l’Isis.

E l’Italia? Mai pronunciata la parola guerra. Giusto o sbagliato è così. Sul tema l’attenzione del premier Renzi è totale e quella del ministro degli Esteri Gentiloni è spasmodica. I Tornado? Vanno in appoggio ai francesi. I 450 soldati? Vanno a proteggere la diga di Mosul. Si parla di conflitto, crisi, emergenza umanitaria, monitoraggio attivo. Esattamente come si parlava di «tuonare i radar» durante la guerra del Kosovo per poi scoprire che gli aerei partivano carichi di bombe e tornavano vuoti. Fino a quando un top gun non si lasciò scappare: «Non affondiamo pescherecci in Adriatico». E il governo D’Alema rischiò di saltare.

Anche oggi l’attenzione è massima e una domanda che arriva dal profondo si appresta a eruttare. Ma se non riusciremo mai come Paese a pronunciare la parola guerra (giusto o sbagliato che sia) e a combatterla, per quale motivo spendiamo otto miliardi per comprare degli inutili cacciabombardieri F35?

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