Tavecchio all’angolo ma non basterà far saltare il capo

Tavecchio all’angolo
ma non basterà
far saltare il capo

Oggi si annuncia un Consiglio federale decisivo per le sorti del presidente Carlo Tavecchio. Ha licenziato il commissario tecnico Gian Piero Ventura dopo la disfatta della Nazionale, per la prima volta fuori dai Mondiali dopo quasi sessant’anni, ma non si è dimesso, come da più parti ci si attendeva e si auspicava.

Anzi, Tavecchio nei giorni scorsi ha opposto una strenua resistenza alle spinte che vorrebbero buttarlo giù dalla poltrona, manifestando l’unico cedimento emotivo (ma non da poco) nell’intervista rilasciata in auto a «Le Iene» del canale televisivo Italia 1. La sua intenzione dichiarata – a meno che si dimetta proprio oggi, come ha detto ieri sera Giovanni Malagò, presidente del Coni, «stando alle mie informazioni» – è presentarsi al Consiglio con alcune proposte per rilanciare il calcio italiano e di chiedere la fiducia su di esse. Fiducia che, con il passare dei giorni e un’accelerata nelle ore del fine settimana, è andata sgretolandosi. Le crepe arrivano dal basso, da dove è salito il settantaquattrenne dirigente comasco: dalla Lega dilettanti, che appare divisa, ma anche dalla dalla Lega Pro. E non avrà il sostegno dell’Associazione calciatori.

Oggi mancheranno i consiglieri di serie A e quello della B (il commissario Mauro Balata) sarà solo uditore e non potrà votare. Il rischio della sfiducia è palpabile. Coni e ministero dello Sport sono già stati duri nell’invocare l’uscita di scena di Tavecchio e il radicale rinnovamento. In difesa del presidente per ora si schiera apertamente Renzo Ulivieri, il numero uno dell’Assoallenatori. Lo scenario mostra un Tavecchio all’angolo ma sia chiaro che non basterà risolverla facendo saltare la testa del capo: bisognerà essere in grado di sostituire lui (e forse qualche dirigente non indenne da responsabilità) con figure all’altezza del compito non facile di ridare forza e credibilità al nostro calcio. Come dire: non ci si illuda che sia sufficiente il prestigio di un nome, qui serve una squadra che metta sul tavolo idee chiare e strategie per attuarle. Solo così, tra l’altro, si metterà in gioco un tecnico di alto livello per risollevare la Nazionale umiliata. Lo stesso Carlo Ancelotti ha fatto capire che vuol vedere un progetto credibile. Se poi toccherà ad altri la panchina azzurra, il senso del ragionamento non cambierà di una virgola.

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