Mercoledì 06 Novembre 2013

Le tracce

di Ilde

Di Ilde ce n'è una sola

Un poeta della prosaicità. Della vita quotidiana, sfrontatamente normale, per non dire banale. Anche nei suoi particolari più piccoli, bassi, umili. Nei suoi (subìti) fastidi e (cercati) piaceri, in continua, trita alternanza. Di una certa fisica, se non fisiologica, concretezza. Il medico, appunto, Andrea Vitali sforna romanzi a ritmo di industriosa impresa artigiana.

Dopo «Un bel sogno d’amore» (maggio 2013), è già ricomparso in libreria, in ottobre, con «Di Ilde ce n’è una sola»; e con il più prenatalizio «Come fu che Babbo Natale sposò la Befana» (Mondadori, pp. 128, euro 12,90), prima sua favola per bambini. Abbandonata l’ambientazione anni ’30 e «fascismo da operetta», cui fedele per moltissimo tempo e titoli, in questa «Ilde» il medico scrittore di Bellano torna a un trionfo anni ’70, già celebrati in «Un bel sogno d’amore» (1973). Se, là, l’aria dell’epoca era marcata, già nelle prime righe, dall’uscita di «Ultimo tango a Parigi» (spaventosamente sopravvalutato) qui impazzano, al juke box, «In the Summertime» e «Io vagabondo» (1970).

Ma, ben aldilà di queste note cine-musicali, maestro è, Vitali,

nel restituire, in una fiera di piccole cose normali, prosaiche e talvolta brutte/volgari, atmosfera, tono e sapori di un’epoca. E odori. Perché è volutamente tenuta ben viva, anche qui, l’attenzione a puzze e profumi, inaugurata, e al suo zenit sin da titolo, in «Zia Antonia sapeva di menta».

Un’atmosfera restituita anche nel suo sboom, dopo il «miracolo» dei ’60; nei discorsi, nelle scenette familiari che si ripetono sempre uguali.

Un’atmosfera che, questa volta, lo scrittore ha vissuto, e assorbito, in prima persona: e si sente. Capace, Vitali, da un accadimento piccolo/piccolissimo, ostentatamente banale, di trarre suspense e trame. Ma Bellano, cui invece Vitali continua strenuamente, e anche in questa «Ilde», a essere fedele, «non si presta ad eventi e trame eccezionali».

Un bimbo solitario trova una carta d’identità planata, da chissà dove, sul fiume. Tanto basta per

imbastire, intanto, una scena non priva di attesa e trepidazione (oddio, il bimbo un po’ «rachitico» riuscirà a non farsi trascinare dalla corrente?), pur mai eccedendo la piatta normalità. E, poi, l’ennesimo intreccio Vitali’s way. Di chi è la carta? Perché manca la foto? Come è finita lì, appartenendo

a donna di Fino Mornasco (Ilde, appunto)? Occasione per le consuete indagini senza morti e senza sangue; per inseguire, tutt’al più, qualche mistero buffo (e paesano), dar la stura a qualche pettegolezzo, scoprire qualche scheletro nell’armadio. Senza cadaveri fatti a pezzi o anatomopatologhe

d’assalto.

Vincenzo Guercio

© riproduzione riservata