Quei gesti eversivi che vanno più in là

Quei gesti eversivi
che vanno più in là

Ne vediamo, di gol banali e subito obliabili, noi appassionati del football. La palla che entra lemme lemme dopo una svirgolata invereconda, l’appoggio facile a porta vuota, magari addirittura l’autorete al limite del ridicolo.

Eventi che mastichiamo, digeriamo e dimentichiamo come certi cibi necessari ma ordinari, che non ci paiono nemmeno far davvero pranzo, neppure pallidamente evocare la gioia della tavola. Poi, improvviso, inatteso, sfarzoso, però, può arrivare anche il caviale. Il caviale del gol. Magari alla fine di una sfida tirata, quando già pensavamo di dovercene andare dallo stadio vagamente mugugnando, delusi per l’ennesimo pareggio.

E il caviale del gol è il gol indimenticabile, quello che tutti ricordiamo ancora dopo anni, quello che citiamo nelle chiacchiere nostre, quasi esoteriche, da esperti, se, al bar o sul divano di casa, rievochiamo sfide lontane e istanti entrati nel mito. Spessissimo, fra le reti d’autore e degne di incondizionato amore, mettiamo quelle scaturite da gesti tecnici squisiti ed esteticamente perfetti: le rovesciate o le girate aeree. Imprese che sfidano la fisica e le sue leggi; che assommano audacia di concezione, efficienza atletica in esecuzione e assoluto prestigio tecnico. Qualcosa di quasi impensabile, prove di eccellenza che contraddicono la normalità e la sua pesantezza: la pesantezza della materia.

Perché l’acrobazia è anzitutto effrazione, è il coraggio di guardare il mondo alla rovescia e con leggerezza irriderne la prevedibilità. L’acrobazia e la palla che si infila all’angolino hanno un che di eversivo e magnifico, di cui gli occhi e la memoria inevitabilmente si riempiono, per sempre. Dev’esserci, nella gioia stupita con cui guardiamo a certi gol, nella felicità con cui li festeggiamo e li facciamo nostri, un inconscio senso di riscatto.

Perché certi gol sembrano dilatare, forzare i confini del reale e suggerire che è sempre possibile qualcosa che va oltre. Ha scritto Eugenio Montale, con una delle sue magnifiche intuizioni, che «tutte le immagini portano scritto: / più in là!». Tutte, certo; alcune più di altre, però. E quella del centravanti che si libra nell’aria e in mezza o totale rovesciata imprime alla palla la traiettoria sublime e irreparabile, è un’immagine che meglio di altre dice a tutti gli assiepati sulle tribune che il «più in là» è sempre pensabile e raggiungibile . Che non sempre vince la ferrea banalità del quotidiano. Neppure nel quotidiano.


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Stefano Corsi

Stefano Corsi è nato a Bergamo nel 1964, l’ha fisicamente lasciata nel 1970 e da allora vive a Lodi. Insegna lettere in un liceo milanese e collabora con l’ "Eco di Bergamo" dal 2013.

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