Lunedì 24 Maggio 2010

Inter, 400 euro il biglietto
di sola andata verso il sogno

Ho saputo del primo gol nella finale di Champions League 2010 da un biondino esultante che non parlava né spagnolo, né italiano, e ho avuto un momento di scoramento. Temevo fosse un tedesco. Un minuto dopo un tifoso interista, anche lui fuori dal Santiago Bernabeu, mi ha annunciato trafelato che aveva segnato Milito, gli avevano appena telefonato da casa, perché anche lui aveva sentito il boato ma era ignaro della squadra che aveva infilato la porta avversaria. Io stavo finalmente per entrare nel mitico stadio.

Dopo aver filosoficamente rinunciato alla guerra con i bagarini perché pretendevano 600 euro a biglietto (mercoledì la quotazione era sui 1.000 euro) e c'era il rischio che fossero falsi, non averne comprato uno da uno spagnolo che cedeva quello di sua moglie Dolores a 400 euro, ed essere stato bruciato sul tempo da qualcuno sbucato alle mie spalle non appena un tedesco me ne aveva offerto uno a 300 euro, mi ero rassegnato a non essere direttamente nel sogno. Stranamente, considerato che attendevo quella Coppa da 45 anni, l'avevo vinta a due mesi di vita, con il biberon in mano, e nulla più….

Talmente rassegnato che avevo perso anche i primi minuti in tv, incredibile. Ero - scena triste e patetica - da un quarto d'ora sul marciapiede con il naso appiccicato alla vetrata di un ristorante che trasmetteva la partita, quando si era avvicinato a me un rappresentante di un'agenzia spagnola di promozione d'eventi con due biglietti di tribuna laterale ovest, valore 300 euro a ticket, 600 in totale. Me ne aveva domandati 800, era l'ultima chance e non ci avevo pensato due volte: ok.

Così, con in mano il ticket elettronico, formato carta di credito, sono entrato al Santiago Bernabeu. Con l'Inter già sull'1-0, per coronare, sì, il sogno. Postazione fantastica, a fianco della curva nord popolata dai tifosi nerazzurri, e visuale ideale. L'Inter ha giocato una finale perfetta per intelligenza tattica: ha sfruttato l'asse Sneijder-Milito per colpire il Bayern nel suo punto più debole, la lentezza del reparto arretrato, si è difesa con i nervi saldi e l'umiltà dei suoi campioni, Eto'o in primis, e - quando un Milito fantascientifico ha inventato il 2-0 - l'esplosione di gioia è stata totale.

Ormai nessuno avrebbe potuto negarci la Coppa dalle grandi orecchie. Stavolta il verdetto era scritto nel destino, già favorevole contro Chelsea e Barcellona. Basta immagini in bianco e nero, Picchi, Herrera e l'Inter euromondiale del 1964 e 1965 resteranno un'icona, ma di un glorioso passato. Il presente è capitan Zanetti che alza trionfante la Coppa nel cielo di Madrid, è una squadra che è diventata grande, grandissima, immensa (tre aggettivi per la storica tripletta) con Mourinho ed è candidata a restarlo anche senza lo Special One portoghese. Magari con un Balotelli, felice come un bimbo pur non avendo giocato nemmeno un minuto, superstar. Mou è sfilato sotto la curva con l'aria di chi avesse già deciso il suo futuro, è stata l'unica nota stonata di una serata indimenticabile. Ma lui è così, lui è Mourinho, ha oscurato Herrera e se ne va.

Quando il capitano, mano sul cuore, è corso verso la curva per condividere la sua felicità con i tifosi, mi stava per scendere una lacrimuccia. Non è scesa per pudore, perché è probabilmente esagerato piangere per il calcio, ma è stata davvero una sofferenza sopportare anni e anni di delusioni e derisioni. Così come è stata dura per Zanetti, più di dieci anni con una sola Coppa Uefa in bacheca. Ma sempre fiero e indistruttibile. Per non parlare del presidente Massimo Moratti che, con la Champions, ha cancellato l'ultimo l'incubo e può sorridere, scrutando il cielo, a papà Angelo che aveva costruito la vecchia, formidabile Inter.

Non mi sono schiodato dallo stadio per un'ora per non perdermi lo spettacolo, le foto ricordo, i campioni nerazzurri che si passavano la Coppa di mano in mano e la lanciavano idealmente verso i tifosi e i figli dei calciatori che scorazzavano sul manto erboso, come se fosse un parco giochi. In effetti lo è, perché il calcio resta fondamentalmente un gioco, sia pure sovente nascosto da interessi economici enormi e dal germe folle della violenza.

Il fiume di entusiasmo è straripato nelle strade, ha allagato i corridoi della metropolitana con canti, cori e slogan e si è disperso in mille rivoli nel centro di Madrid. Anche i fan del Real hanno tifato per l'Inter che li aveva salvati dall'incubo di veder trionfare il Barcellona al Santiago Bernabeu. Mentre la squadra era in volo per abbracciare San Siro, abbiamo brindato in un barettino a due passi da Plaza Mayor, nessun problema con i supporter bavaresi che hanno incassato la sconfitta con sportività consolandosi con la birra. Con l'Inter ha vinto pure il fair play tedesco. Una buona notizia per il calcio.

Domenica, dopo qualche ora di un sonno beato, mi sono goduto ancora Madrid insieme ai tifosi interisti superstiti. Indossando sempre la maglietta nerazzurra. Con orgoglio. Perché i campioni dell'Europa siamo noi.

Marco Sanfilippo

fa.tinaglia

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