Mercoledì 04 Maggio 2011

Al Trofeo Ottorino Mezzalama
Pietro Lanfranchi sfiora l'impresa

L'hanno chiamato Mezzalama, ma per questo trofeo a squadre di sci alpinismo che dal 1933 popola i sogni e gli incubi di centinaia di atleti, è un nome riduttivo. Perché, al di là del doveroso omaggio all'alpinista cui è titolato (tal Ottorino, appunto, Mezzalama spregiudicato pioniere torinese caduto sotto una valanga), di lame ne contiene molte, tutte intere e affilatissime; dall'altezza (è la prova più alta delle Alpi, visto che supera abbondantemente i 4 mila della vetta del Castore, e il Passo del Naso dei Lyskamm), alla lunghezza (45 km), dal dislivello (3 mila metri) al meteo (con il termometro che segna dai meno 15 ai meno 20).

Per non parlare della fatica che taglia a fette le ultime energie, lasciandoti al traguardo con un bel polpettone di soddisfazione e acido lattico e con l'infinito rimpianto di non aver vinto per soli 18 secondi.

Questo più o meno il ritratto di Pietro Lanfranchi, trentaduenne fenomeno sci alpinistico di Casnigo, domenica scorsa, quando sullo striscione di Gressoney, insieme ai suoi due soci di gara Alain Seletto e Daniele Pedrini, ha tirato un occhio al cronometro.

Davvero la vittoria stava per porgergli la chioma, ma l'ultimo chilometro è stato beffardo: «Bisognava togliere e rimettere gli sci un paio di volte, così da sfruttare 500 metri di lingue di neve isolate - racconta Pietro - ma non ce l'abbiamo fatta a raggiungerli e loro hanno vinto».

Loro, gli irraggiungibili, erano Burgada, Blanc e Bon Mardion, un fortissimo trio franco-ispanico che, dopo una corsa a perdifiato, ha chiuso la prova 4h33'58”, infiggendo agli inseguitori un distacco di 18 secondi.
 
«Mettiamola così - si consola Pietro - un podio al Mezzalama è una conquista che vale oro, indipendentemente dal gradino. È il grande obiettivo stagionale di ogni atleta e va benissimo così, anche se non pensavo saremmo arrivati così vicini all'oro finale».

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a.ceresoli

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