Sabato 28 Gennaio 2012

L'intervista integrale a Doni
«Ho sbagliato, ma una volta sola»

Ho sbagliato e mi prendo le colpe per l'illecito di Atalanta-Piacenza. Sono pronto a un nuovo processo per l'omessa denuncia di Ascoli-Atalanta. Non ho informazioni su Padova-Atalanta, io non so niente. Ho solo commesso un errore per il quale ho pagato e sto pagando. Ma non ho niente a che fare con chi vende le partite, e tanto meno con gli «zingari». Mi prendo le mie colpe, ma solo le mie.

E ancora: l'illecito in Atalanta-Pistoiese 1-1 del 2000, è ora di dire la verità, c'è stato «ma non da parte mia». La benemerenza della città di Bergamo credo di averla meritata con oltre 300 partite e 112 gol con l'Atalanta, ma «se devo restituirla la restituirò». Ma non ho mai fatto una scommessa su una partita.

La posizione di Cristiano Doni la si può riassumere così. Con un'attenuante: quando parla dell'Atalanta gli trema la voce. E con un'aggravante: nessuna risposta alle domande più «velenose», perché «non è pensabile che il mio assistito risponda a quesiti su un procedimento per il quale c'è un processo in corso», dice l'avvocato Pino.

E perché - aggiungiamo noi, ogni domanda sui temi sensibili si vede che puntualmente lo agita, gli ingrossa la gola e gli chiude la vena. Come gli succedeva in campo, con gli arbitri. «A volte mi si tappa la vena» ha sempre detto lui a bocce ferme. Ma forse è davvero troppo presto per parlare di questi temi. Nulla è ancora definito, la giustizia sta facendo il suo corso.

Il legale: «Facciamo chiarezza»
Anche se l'intervista parte da lì. La strategia del suo difensore è chiara: Doni si assume le sue colpe ma tutto si ferma lì. Nessun coinvolgimento con tutto il resto del Calcioscommesse, nessun reato ripetuto. Solo un momento di debolezza.

«L'Eco di Bergamo - comincia l'avvocato Pino - è un punto di riferimento per la città ed è giusto che i bergamaschi conoscano gli esatti confini dei fatti di cui s'è parlato. Noi vogliamo che siano chiari gli eventi, poi la gente potrà giudicare come vuole. Ma ci sono fatti diversi dalle cose che sono state dette. Perché una cosa è il network che ha venduto partite e partite a degli scommettitori, ben altra cosa essere un occasionale fruitore di un'informazione ricevuta da un amico».

Doni: «Quelle tre partite...»
Da questo momento tocca a Doni. Gli avvocati ascoltano. E annuiscono o fanno smorfie. O intervengono per respingere le domande: «Scusa Piero, questa no». Doni si adegua, alcuni passaggi sono palesemente costruiti dai legali, altri drammaticamente spontanei. Altri ancora resteranno per chissà quanto tempo senza risposta.

Cristiano Doni, vuol cominciare lei dicendoci di quelle tre partite?
«Ho sbagliato, e quello che ho fatto non è giustificabile. È stato un errore grave e me ne assumo tutte le responsabilità. L'ho fatto per troppo amore, e quando dico che l'ho fatto per l'Atalanta intendo dire "per far vincere l'Atalanta", non "per conto dell'Atalanta"».

Ci dica di Ascoli-Atalanta.
«Santoni mi dice che la partita è venduta, io vado in campo e nessuno mi stringe la mano, poi assisto a una partita vera, in settimana dico a Santoni che lo stanno prendendo per i fondelli...».

Se così fosse, è omessa denuncia.
«Immagino di sì, e per questo sono pronto a un nuovo processo sportivo. Ho sbagliato a non dire niente, ma cosa dovevo fare?»

Doveva denunciare Santoni...
«Dovevo denunciare un amico...».

Che la settimana dopo s'è puntualmente ripresentato.
«È stato il mio errore più grave. E sto pagando. Santoni mi dice che la partita è combinata, io non gli credo ma voglio toccare con mano. Davanti agli spogliatoi incrocio Gervasoni. Lo conosco, era a Bergamo, gli parlo e vedo che si spaventa, quando scopre che io sapevo».

Certo... Si spaventa?
«Si è spaventato, è scritto nei verbali. E adesso dico: ma questo non sapeva di me? No, concludo che non sapeva perché la partita era combinata a prescindere, io ho voluto metterci il naso e ho sbagliato, ma Atalanta-Piacenza sarebbe comunque finita 3-0 per i giri degli scommettitori».

Guardi che lei ha ammesso un illecito. Ha anche concordato con il portiere dove calciare il rigore.
«Ammetto l'illecito, lo ripeto. Cassano non lo conosco, ma lui viene da me quando recupero il pallone per metterlo sul dischetto e mi dice: "Calcia alto, centrale". Mi prende il dubbio, aspetto che si tuffi e poi calcio lì».

A fine partita lei ha dedicato la doppietta a suo padre, che era in ospedale. Ma con che coraggio, dopo aver combinato la partita?
«A me non pare così clamoroso, mio padre era su un letto d'ospedale, operato tre giorni prima. Gli ho dato una gioia, perché no».

Quella con il Piacenza è la partita della scheda telefonica intestata al romeno che lavora al bagno...
«Ho commesso una leggerezza, l'ho fatto da cog...ne. Ma non c'entra niente con l'illecito, ho solo fatto un favore a un amico. Benfenati è arrivato a Zingonia a sorpresa, mi ha dato quella scheda chiedendomi di usarla, l'ho messa nel mio telefono. Un'idiozia».

Debole come spiegazione. I 40 mila euro dati da Santoni a Parlato?
«Non so nulla di quei soldi, io non sono l'uomo di Santoni. Non sapevo di quei suoi contatti».

Eppure gli ha pagato l'avvocato.
Gli avvocati: «Nessuna risposta, c'è un'indagine in corso».

Ci vuol dire di quelle telefonate, con la scheda del romeno, al suo amico Paolo Fratus, figlio dell'ex a.d. dell'Atalanta, Rino Fratus?
«L'ha già data lei, la risposta: Paolo Fratus è mio amico. Lo era quando suo padre era un imprenditore, poi quando era in Atalanta, lo è oggi che suo padre non è più in carica. È un mio amico, lo sarà sempre».

Ci dica di Padova-Atalanta.
«Non so cosa dire, di Padova-Atalanta. Non sono a conoscenza di fatti strani, e credo sia giusto che la magistratura completi le sue indagini».

Cosa potrebbe emergere dall'incidente probatorio sull'iPhone di Santoni.
«Non ho preoccupazioni. Cosa volete che ne sappia io dell'iPhone di Santoni... Io sono tranquillo».

Quindi niente processo per Padova-Atalanta? Sa, ai bergamaschi interessano i rischi di nuove penalità...
«Non posso parlare di penalità. E tanto meno di Palazzi».

Per Padova-Atalanta si teme siano coinvolte le società.
«Di Padova-Atalanta non so niente. Non posso rispondere io».

Però c'è un sorprendente parallelo tra l'uso della scheda intestata al bagnino romeno appena prima di Atalanta-Piacenza e appena prima di Padova-Atalanta.
«È solo una casualità».

Potremmo parlare dei suoi amici di Cervia. Sa...
Doni si spazientisce. Interviene l'avvocato: «Siamo coinvolti in un'indagine. Non ne possiamo parlare».

Insomma: lei ha una sola colpa. Atalanta-Piacenza.
«Nell'ambiente sanno tutti che certe proposte non me le dovevano fare».

Gli intercettati dicono il contrario...
«Ma sono stati smascherati, erano millanterie».

Tutto era partito da quell'Atalanta-Pistoiese 1-1. Ricorda?
«Quella partita mi ha fatto passare come uno scommettitore, mi ha messo il marchio. In realtà è successo l'esatto contrario».

Cioè?
«Anzitutto, dato che siamo qui per dire la verità, cominciamo a dire la verità, o a tacere». Doni all'improvviso si zittisce...

Se lei sta zitto, vuol dire che non nega quell'illecito. Vuol dire che lo conferma? C'è stato quell'illecito?
«O dico la verità, o sto zitto». E Doni si zittisce di nuovo.

Ah. Dopo 13 anni, ecco la conferma di quell'illecito. Ma perché lei lo confessa oggi?
«Io non confesso. Non nego che ci sia stato. Ma io ero fuori, non ho scommesso. È stata più una goliardata, eravamo qualificati. Io sono stato processato e assolto».

Altri no, in primo grado. Era stato condannato anche l'attuale allenatore del Milan, Massimiliano Allegri. Poi assolto, come tutti.
«Sì, ricordo».

Ma lei perché oggi dice questa cosa?
«Perché quella fu una grande lezione per me. Da quell'esperienza ho imparato che bisogna stare lontani da queste cose. E infatti l'Atalanta è antipatica ovunque perché queste cose non le fa».

Nel 2008 altro processo, per quell'Atalanta-Livorno 3-2 al terzultimo turno. «E vi pare che se avessimo dovuto pareggiare avremmo segnato il 3-2? E poi cito la partita di maggio con l'AlbinoLeffe: per tutti prima di giocare era un pareggio certo, invece abbiamo vinto 3-2. L'Atalanta gioca sempre».

La settimana dopo, con il Cittadella, non proprio...
«Eravamo già mezzi in vacanza. Ma volevamo vincere, eravamo andati 2-0. E sa quante volte in tanti anni ho avuto la percezione che qualcuno fosse lì lì per dirmi qualcosa su una partita? Gente di calcio, non marziani... Ma poi non è mai successo niente, a me non arrivavano. Sapevano che avrei reagito male...».

Curiosità: lei ha fatto il pasticcio di Atalanta-Piacenza e i suoi compagni non sapevano niente? Boh...
«Io ho voluto picchiarci il naso. Ma Gervasoni aveva già deciso di perdere, mica lo dice agli avversari...».

E la società? Adesso come vanno i suoi rapporti con l'Atalanta?
«Inesistenti. Non c'è rapporto».

Percassi aveva detto: «Doni sarà il nostro presidente».
«Si è sbagliato».

Quanto le manca Zingonia?
«Mi mancano i miei amici, le persone che mi vogliono bene».

Ha sentito ancora Colantuono?
«Per adesso no».

Ha sentito qualche ex compagno?
«Mi hanno fatto piacere le dimostrazioni di affetto che ho appena ricevuto. So che mi hanno capito. E mi hanno perdonato».

Ma se capitasse un'altra penalizzazione? E che ne pensa del -6?
«Non posso parlare di questo».

Come si sente, se pensa ai tifosi?
«Dopo la mia famiglia, sono la componente a cui tengo di più. Hanno conosciuto per tanto tempo il vero Doni, non questo "sbagliato" di Atalanta-Piacenza».

Lei ha la benemerenza civica del Comune di Bergamo. Che fa, la tiene?
«Se me la vogliono togliere, mi adeguerò. Ma credo di averla meritata con oltre 300 partite e 112 gol nell'Atalanta. Basta un errore che riconosco e per il quale sto pagando per perderla?».

Il grande problema è tutto quello che è successo dal 1° giugno 2011, primo giorno del Calcioscommesse, al 19 dicembre, giorno del suo arresto. Per sei mesi lei ha professato la sua innocenza e in realtà era colpevole, ha detto cose poi risultate incredibili, ha tenuto comportamenti inspiegabili. Troppe bugie. Ci sono tante domande, sul tema, lo sa?
Doni diventa insofferente. Il suo avvocato interviene: «No, nessuna domanda - dice Pino - c'è un'indagine in corso e non possiamo parlare. Di certo posso dirle che adesso Cristiano sta meglio, è arrivata una sofferenza liberatoria. Adesso le versioni sono univoche: assunzione di responsabilità e disponibilità a pagarne le conseguenze».

Così però non abbiamo risposte.
«Quelle possibili - parla di nuovo Doni - ho cercato di darle».

Ma lei cosa pensa del nuovo filone del Calcioscommesse?
«Non ne posso parlare».

E della posizione di Masiello?
«È l'unica cosa intelligente da fare. Prendersi le proprie responsabilità e collaborare con la giustizia. Sono vicinissimo a Masiello, mi auguro che altri seguano il suo esempio».

Ma questa storia almeno le ha fatto passare la passione per il poker?
«No, e dato che sono trasparente non ho mai nascosto la mia passione per il "Texas holdem", il poker sportivo. Ma quello non c'entra niente. Non sono uno scommettitore».

Questa vicenda lascia molti interrogativi. Ma qual è la morale?
«Ho sbagliato e sto pagando. E non capisco quello che ho fatto».

Lei crede che un giorno Bergamo la perdonerà?
«Io credo che dire la verità sia un modo per riacquisire il proprio decoro».

Sono serviti sei mesi e l'arresto.
«Capirei, se non arrivasse il perdono».

Se un giorno girando l'angolo si trovasse di fronte il presidente Percassi cosa gli direbbe?
«Scusa. Mi spiace».

Lei resterà a vivere a Bergamo?
«Sì. È la mia casa, mia figlia è bergamasca e tifa Atalanta. Come me».

Quando diventerà grande a sua figlia dovrà dare molte spiegazioni.
«Ho già cominciato a farlo, non ho niente da nascondere. Glielo spiegherò. Ho sbagliato, da lei spero di essere perdonato».

Pietro Serina

m.sanfilippo

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