«Legato ai 12” che mi costarono il Giro» Giovedì il libro di Tista Baronchelli

«Legato ai 12” che mi costarono il Giro»
Giovedì il libro di Tista Baronchelli

Si intitola «Dodici secondi» e sarà presentato giovedì 15 marzo alla Casa del Giovane.

Dodici secondi. Che saranno mai? Un lungo respiro, un palpito, un battito di ciglia. Una trentina di metri di salita in bicicletta, anche meno se la salita è quella che porta su alle Tre Cime di Lavaredo. Insomma, niente. Eppure, questo «niente» è costato all’allora ventenne Tista Baronchelli la vittoria nel Giro d’Italia del 1974, il suo primo da professionista. Meno di trenta metri dopo quasi quattromila chilometri di corsa: un niente che si trasforma in baratro. Al punto che ancor oggi, a oltre quarant’anni, del Tista si ricorda soprattutto questo. Tutto il resto – un centinaio di vittorie in 15 anni di professionismo, mica paglia – è roba che passa in secondo piano.

Tista, che effetto le fa essere ricordato soprattutto per una non vittoria?

«Ormai ci ho fatto l’abitudine. Anzi, mi sono quasi affezionato a quel ricordo, perché non fu una sconfitta: quel secondo posto alle spalle di Merckx e davanti a Gimondi, per un debuttante al Giro, è da considerare un grande risultato. Chi capisce di ciclismo e non ragiona soltanto in base agli ordini d’arrivo lo sa».

Ma le sarà bruciato, no?

«Mi è bruciato sì. E quando ci ripenso mi brucia ancora. Sarebbe stata una vittoria storica, invece è soltanto un dato statistico».

Sbagliò qualcosa quel giorno?

«Non credo. Attaccai Merckx e diedi tutto ciò che avevo. A 500 metri dalle Tre Cime ero maglia rosa. Ma lui reagì dall’alto della sua classe immensa e si salvò per quei maledetti-benedetti 12 secondi. Lo sbaglio lo fecero altri, sia pure in buona fede».

Chi?

«Chi mi gestiva. Avevo 20 anni, ero al primo anno da professionista, avrei dovuto essere programmato con maggiore oculatezza. In parole povere, non avrei dovuto essere mandato alla sbaraglio subito. A Hinault il primo Tour lo fecero fare dopo tre anni, il primo Giro dopo sei. Ma io l’anno prima avevo vinto Giro e Tour dei dilettanti, quindi per i media il tema era troppo allettante: il giovane rampante contro i grandi monarchi Merckx e Gimondi. Al mio posto decise la ragion di stato».

Si dice che quel mancato successo abbia segnato in qualche modo la sua carriera.

«Non direi. Se guardate il mio albo d’oro, quasi 100 vittorie, converrete che non mi ha condizionato per niente. Mi ha tolto un Giro d’Italia, questo sì».

Ce n’è un altro di Giro d’Italia che le sta qui, vero?

«Quello del 1978. Terza tappa, scappa De Muynck. Io organizzo subito l’inseguimento con i compagni di squadra, ma Saronni, il mio capitano, resta attardato per un incidente. L’ammiraglia ci ordina di aspettarlo, arriviamo con un minuto di ritardo. A fine Giro sono secondo a 59” da De Muynck, fate voi».

In quel Giro sono successero altre cose spiacevoli. Quali?

«A Canazei attacco e De Muynck mi viene dietro. Vinco la tappa. Moser, l’idolo di casa, perde un minuto ed è furibondo. Va in tv e dice che io corro per far perdere lui. È come accendere un cerino in una polveriera. I suoi tifosi si scatenano e il giorno dopo, nella tappa del Bondone, me ne fanno di ogni: insulti, sputi, intimidazioni. Mi arriva anche un pugno in un fianco».

Con Moser c’era più che rivalità: possiamo definirlo odio?

«Io non sono capace di odiare. Per me c’era soltanto una rivalità sportiva, da parte sua qualcosa di più, molto di più. Ma a lui era permesso tutto: era il campione del momento. A differenza di me godeva di buona stampa, si concedeva volentieri a microfoni e taccuini. E Torriani, quando disegnava il Giro, si preoccupava di non mettergli troppe salite».

Siete ancora cane e gatto?

«Lo siamo stati per più di trent’anni. Ma lo scorso ottobre, quando ha avuto un incidente cadendo dal trattore, gli ho fatto una telefonata. Posso dire che è cominciato il disgelo».

Lei ha avuto come avversari l’ultimo Merckx e poi Hinault, i due fenomeni del dopoguerra, Coppi a parte. È stata dura?

«Durissima. Senza Hinault tra i piedi, avrei vinto il Mondiale del 1980 a Sallanches. Ma lui quel giorno volava e finì giustamente così: lui primo, io secondo».

Intanto, un tifoso di Baronchelli, che si chiama Gian-Carlo Iannella, ha scritto un libro sulla carriera del suo Tista (che è nato a Ceresara, nel Mantovano, da genitori bergamaschi, ma vive da sempre ad Arzago d’Adda), edito da Lyasis Edizioni di Luca Merisio. Il libro sarà presentato giovedì sera alle 20,30 alla Casa del Giovane, in città. Titolo: «Dodici secondi». E te pareva?


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