Messi a vent’anni dal Tricolore: «Quella sera resta memorabile»

Pugilato Al Palasport conquistò il suo primo titolo italiano dei welter
«Mi sento ancora un atleta». E pensa all’Ucraina, «terra di pugili guerrieri».

Messi a vent’anni dal Tricolore: «Quella sera resta memorabile»
Luca Messi

Vent’anni in un flash: «Per tre giorni non sono riuscito a guidare la macchina dal gonfiore delle mani. È rimasta al Palasport di Bergamo». La memoria corre all’indietro, all’8 marzo del 2002 – vent’anni fa esatti – e a una memorabile serata in cui l’impianto cittadino traboccava d’entusiasmo per trascinare il pugile di Ponte San Pietro alla conquista del titolo italiano dei pesi welter. Luca Messi alza al cielo la cintura dopo un match durissimo ed estremamente equilibrato, sulle 10 riprese, contro il varesino Antonio Lauri. Il verdetto finale – con divario di cinque punti tra i tre giudici – era stato contestato dall’avversario. «Forse un punticino mi era stato assegnato dal pubblico – scherza l’ex pugile – visto il clima incandescente che si respirava quella notte indimenticabile. Il giorno successivo mi sono svegliato da campione italiano, avevo realizzato il mio sogno. E camminavo a due metri da terra».

La memoria corre all’indietro, all’8 marzo del 2002 – vent’anni fa esatti – e a una memorabile serata in cui l’impianto cittadino traboccava d’entusiasmo per trascinare il pugile di Ponte San Pietro alla conquista del titolo italiano dei pesi welter.

Oggi Messi, 47 anni, è massofisioterapista e amministratore del Centro medico sportivo di Ponte San Pietro e insegna la «nobile arte» alla palestra Dynamic di Trezzo sull’Adda a tanti amatori («Il pugilato è passione, sudore e fatica. I giovani non sono più disposti a mettere questi valori sul ring per tentare la strada del professionismo. Speravo d’aver aperto un varco, d’aver lasciato una bella eredità. Mi sbagliavo»). In effetti Luca è stato l’ultimo pugile importante di casa nostra, nonostante al tempo le sue imprese avessero creato un ottimo volano per tutto il movimento. Eppure ci si è fermati lì, o meglio a un atleta dal curriculum con 50 incontri, 38 vinti (14 per ko), 11 persi e 1 pareggiato . L’apice nel 2005 con la sfida mondiale di Chicago al messicano Alejandro Garcia, le vicissitudini legate alla licenza e un percorso che sul tramonto è rimasto incagliato in svariate vicissitudini.

«Ho smesso di essere un boxeur, ma non un atleta»

Nulla che però abbia scalfito la sua mentalità: «Ogni mattina il pensiero fisso è quanto mi posso dedicare alla preparazione. Ho smesso di essere un boxeur, ma non un atleta». Vent’anni fa i caroselli all’uscita del Palasport, «nel giorno della Festa della donna, il colpo di genio dell’organizzatore e, all’epoca, presidente della Bergamo Boxe, Omar Gentile, con l’ingresso gratuito all’universo rosa». E l’orgoglio di esibire il volto tumefatto con i segni di una battaglia che era valsa il titolo. Il termine «battaglia» in queste settimane si accosta tristemente anche ai fatti bellici su cui il Messi-pensiero è netto: «Tanti dei migliori pugili nella storia sono ucraini. Il sindaco di Kiev Vitali Klitschko, campione del mondo dei massimi per oltre un decennio. In quella nazione sono abituati a combattere e a sacrificarsi fin da piccoli. È cultura, è dna. In Italia siamo abituati troppo bene. Su tutti i fronti».

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