Come eravamo in via San Bernardino I cancelli, il dazio e il «misfatto» delle mura
Via San Bernardino (Foto by Storylab)

Come eravamo in via San Bernardino
I cancelli, il dazio e il «misfatto» delle mura

Questa fotografia ci riporta indietro di oltre 100 anni, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, prima del discusso abbattimento della cinta daziaria di Bergamo: agli ingressi della città c’erano ancora i cancelli.

Lo scatto, pubblicato su Storylab, fa parte dell’Archivio Wells, una vera e propria miniera di suggestive immagini della Bergamo sparita. Incerta la datazione, ma probabilmente risale al periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: la cinta daziaria di Bergamo, infatti, è stata abbattuta all’inizio del 1900 e il fatto che nella foto si vedano ancora i cancelli suggerisce che lo scatto sia antecendente all’abbattimento . La «sparizione» coincide con la demolizione delle Muraine, le quattrocentesche mura che circondavano la città bassa, che erano ritenute un impedimento all’espansione della «nuova» Bergamo e appunto rappresentavano la cinta daziaria, come descritto dettagliatamente anche nei volumi de «Il Novecento a Bergamo» di Pilade Frattini e Renato Ravanelli.

In uno scritto di Carlo Traini si legge: «Era davvero famigerata la cinta daziaria. I cancelli ostruivano, impacciavano e infastidivano la circolazione, irretivano tutta la città quasi fosse un grande reclusorio di delinquenti pericolosi. Chi non li ha visti, quei cancelli, non può farsi un’idea della loro arcigna fisionomia ostile. Anche ad esservi abituati, incutevano timore e fastidio». I cancelli sbarravano via Broseta, via Osio, Cologno, San Bernardino, Porta Sant’Antonio, Borgo San Tomaso, via Tre Armi, il vicolo Lapacano, Porta Nuova. «C’erano poi, a questi passaggi obbligati, le guardie daziarie; gente che, con poca creanza e meno riguardi, metteva le mai addosso a tutti e a tutto, ficcavano le stesse e il loro ispido mostaccio nelle ceste, nelle gerle, nei bauli, nei cassetti dei landò signorili come in quelli dei calessi o sotto i sedili dei barocci, sopra i carretti di legna o di vettovaglie; con una verga di ferro sforacchiavano involti di biancheria, sacchi e ceste di ortaggi e balle di fieno o fascine di legna da ardere. Dispute, litigi, ingiurie, parolacce, frizzi, moccoli davano empito drammatico a quest’azione farsesca di fastidiosi controlli».

Via le Muraine, dunque, e via qualsiasi ricordo dell’odiato dazio: «Coll’abbattere la cinta daziaria – si scriveva sui giornali del 1901 – si è aggiunto un primo scopo di somma giustizia: quello cioè di trattare tutti i cittadini ad una stregua di fronte al civico erario togliendo la sperequazione enorme fra gli abitanti esterni e interni della città. Non parliamo poi dei vantaggi edilizi, che già si sentono e si intravedono», si scriveva sui giornali nel 1901. Contro la cinta daziaria, i controlli spesso molesti e i balzelli, le proteste in particolare si erano fatte veementi nell’ultimo decennio dell’Ottocento, in testa i commercianti. Lo slogan ricorrente era: «Abbattiamo le Muraine, abbasso il Medioevo». L’ultimo tratto delle Muraine fu demolito nella seconda metà del febbraio 1901 e al Lapacano i lavori erano ancora in corso sul finire dell’anno. L’abbattimento della cinta fu ufficialmente festeggiato nella notte tra il 31 dicembre 1900 e il primo gennaio 1901.

Con le mura scomparvero anche le piccole torri, una trentina, che sorgevano lungo il perimetro: soltanto la torre del Galgario è rimasta a ricordare quei fortilizi. E scomparve anche un ricordo della storia di Bergamo, un fatto che non è andato giù a tutti. L’ingegner Luigi Angelici su «L’Eco di Bergamo» del 9 marzo 1949 diceva: «Come non deplorare quel misfatto? Perché tale fu l’abbattimento totale della cinta muraria delle cosiddette Muraine. In molte città italiane (Fermo, Montagnana, Marostica, Castelfranco, nella stessa Roma) il problema dell’espansione cittadina è stato a suo tempo risolto con abbattimenti parziali delle mura, senza giungere all’inutile disfacimento totale». E Umberto Zanetti definì «improvvida e vandalica» la demolizione. «Non sempre i “patres conscripti” – spiegava – hanno amato i monumenti della loro terra, non sempre sono stati consci della responsabilità che potevano assumere innanzi alla storia della loro città. Vandalismo inutile quello dell’abbattimento delle Muraine».


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