Delitto Puppo, Bertola in carcere Dopo i domiciliari, ora la cella

Delitto Puppo, Bertola in carcere
Dopo i domiciliari, ora la cella

Mercoledì pomeriggio i carabinieri della Compagnia di Treviglio hanno arrestato su ordine di carcerazione emesso dal procuratore Walter Mapelli, Fabio Bertola, 49enne residente a Verdellino, il tutto dopo la sentenza della Corte di Cassazione del 20 marzo.

Fabio Bertola, l’architetto 49enne di Verdellino accusato di essere il mandante dell’omicidio di Roberto Puppo, l’operaio 42enne di Osio Sotto ucciso in Brasile nel novembre 2010, da mercoledì 28 marzo è nel carcere di via Gleno. Otto giorni dopo che la Cassazione aveva confermato l’ergastolo trasformando la sentenza in condanna definitiva, i carabinieri di Zingonia si sono presentati a casa sua, dove da 4 anni era agli arresti domiciliari per ragioni di salute, per eseguire l’ordine di carcerazione firmato dal procuratore di Bergamo Walter Mapelli. Bertola è stato colto da malore. È stato portato in ambulanza al pronto soccorso del Policlinico di Zingonia e, dopo le cura, trasferito in via Gleno.

Una settimana fa la Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dai difensori di Bertola, già agli arresti domiciliari. Nel pomeriggio di mercoledì 28 marzo, i carabinieri della Stazione di Zingonia si sono presentati a casa del 40enne, dando così esecuzione al provvedimento di carcerazione, avente come pena l’ergastolo. Dopo circa sette anni e mezzo, si è quindi definitivamente concluso, almeno sotto un profilo giudiziario, un grave fatto di sangue che si era spinto anche oltre i confini nazionali.

Bertola, che finora era agli arresti domiciliari per le sue precarie condizioni di salute, ora che la sentenza è divenuta definitiva finirà ora in cella. È una prassi inevitabile. In carcere sarà sottoposto a visite mediche e, se il suo stato di salute verrà ritenuto incompatibile col regime carcerario, il magistrato di sorveglianza potrà mettere in moto l’iter che potrebbe riportare l’architetto ai domiciliari.

Il delitto s’era consumato il 24 novembre 2010 a Maceiò, in Brasile, dove la vittima, operaio 42enne di Osio Sotto, era sbarcato da pochi giorni per quella che doveva essere, sì, una vacanza, ma anche un viaggio d’affari, «favorito e sponsorizzato da Bertola», scrivono i giudici d’appello. Puppo era interessato ad aprire un’attività, ma era stato attirato in trappola dall’ex amante brasiliana di Bertola, Vanubia Soares. La donna era salita sul taxi insieme alla vittima e ad altri tre complici, compreso il taxista, che, raggiunta una strada isolata alla periferia della città, aveva bloccato l’auto. Qui il 42enne era stato ucciso a colpi di pistola da un diciassettenne. Che poi, dopo che s’era andato a vantare in giro d’aver rapinato e ucciso un italiano, era stato arrestato. Da lui si era risaliti agli altri tre complici, compresa Vanubia. Per l’accusa, era proprio la rapina il movente che doveva mascherare la vera ragione per cui l’omicidio era stato premeditato: la riscossione del milione e 150 mila euro di polizze puro rischio morte di cui Bertola - tramite la moglie e amici prestanome come Alberto Mascheretti e Valentino Masin (gli ultimi due hanno patteggiato per favoreggiamento) - aveva, come scrive la corte d’assise d’appello, «imbottitito» la vittima. L’architetto, per l’accusa, aveva ideato il delitto transoceanico per ristabilirsi dal dissesto economico dopo il flop del bar Hemingway di via Borfuro e anche per recuperare i 70 mila euro che Puppo gli doveva.


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