Il fotografo che ha raccontato il Novecento A 90 anni è morto Pepi Merisio - Foto e Video

Il fotografo che ha raccontato il Novecento
A 90 anni è morto Pepi Merisio - Foto e Video

Si è spento a 90 anni Pepi Merisio. Nato a Caravaggio nel 1931, è considerato uno dei fotografi più importanti d’Italia, famoso per il reportage «Una giornata dal papa», dedicato a Paolo VI, e per gli scatti con cui ha raccontato con grande intensità il Novecento italiano.

Il grande fotoreporter bergamasco con i suoi scatti ha documentato la vita del Novecento, scatti che Bergamo ha potuto vivere recentemente nella mostra «Guardami» al museo della Fotografia Sestini nel 2019. «Nel suo mirino ci sono sempre il lavoro nei campi, il paesaggio e la vita delle comunità ancorate ai cicli delle stagioni», come ha scritto bene nell’introduzione al catalogo della mostra Denis Curti.

Pepi Merisio

Pepi Merisio

Un fotografo che ha raccontato Bergamo e l’Italia intera in tutta l’intensità di uno scatto: boschi fiabeschi e campagne, paesi nascosti lontano dalle autostrade, tonnare al largo della Sicilia, campi arati, rive deserte dei fiumi. E poi uomini al lavoro, la vita di Bergamo, i suoi angoli più caratteristici.

«Il trasloco», 1967 © PEPI MERISIO

«Il trasloco», 1967 © PEPI MERISIO

Livigno, «Ritorno da scuola», 1961 FOTO PEPI MERISIO / MUSEO DELLA FOTOGRAFIA «SESTINI» © Mostra Pepi Merisio 2019

Livigno, «Ritorno da scuola», 1961 FOTO PEPI MERISIO / MUSEO DELLA FOTOGRAFIA «SESTINI» © Mostra Pepi Merisio 2019

L’ambito ideale della poetica di Merisio è, insieme con la grande tradizione contadina e popolare della provincia italiana, anche il variegato mondo cattolico. Nel 1964 pubblica su «Epoca» il suo grande servizio «Una giornata col Papa», avviando così un lungo lavoro con Paolo VI. Dello stesso anno è il suo primo libro dedicato all’amico scultore Floriano Bodini. Da questo momento, mentre continua la collaborazione con grandi riviste internazionali (celebri i tre numeri monografici di Du sul Vaticano, su Siena e sull’Italia cattolica), avvia un’intensa attività editoriale.

Il Fondo Pepi Merisio al Museo delle Storie di Bergamo: la galleria fotografica

Spettatori nel foyer del Teatro Donizetti (1967) ©MUSEO DELLE STORIE DI BERGAMO, ARCHIVIO FOTOGRAFICO SESTINI, FONDO PEPI MERISIO

Spettatori nel foyer del Teatro Donizetti (1967) ©MUSEO DELLE STORIE DI BERGAMO, ARCHIVIO FOTOGRAFICO SESTINI, FONDO PEPI MERISIO

Nato a Caravaggio nel 1931 inizia a occuparsi di fotografia come autodidatta nel 1947, progressivamente diventa protagonista del mondo amatoriale degli anni Cinquanta. Nel 1956 avvia la sua collaborazione con il «Touring Club Italiano» e in seguito con numerose riviste, tra cui «Camera», «Du», «Réalité», «Photo Maxima»,«Look», «Famiglia Cristiana», «Stern», «Paris – Mach». Nel 1962 passa al professionismo e l’anno seguente entra nello staff di «Epoca». Nella sua vita professionale ha pubblicato oltre un centinaio di libri fotografici con diversi editori, nel 2007 la FIAF gli ha dedicato il volume «Grandi autori» dopo averlo nominato nel 1988 Maestro della Fotografa Italiana. Nel 2008 il Ministero degli Affari Esteri lo incarica di allestire la mostra fotografica «Piazze d’Italia» da esporre nelle principali capitali europee e nel 2011 è invitato alla 54° Biennale di Venezia.

«Con la scomparsa di Pepi Merisio – dice il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori – Bergamo perde un artista di statura internazionale, innamorato del suo territorio e dei bergamaschi. Le sue fotografie hanno raccontato il nostro paesaggio, la vita delle comunità rurali e i cambiamenti che le hanno attraversate nel corso del Novecento. Proprio recentemente Bergamo ha voluto onorare il grande fotografo: con la mostra “Guardami”, allestita nel 2019 negli spazi del Museo della Fotografia Sestini al Chiostro di San Francesco, a cura della Fondazione Bergamo nella Storia, e con la benemerenza civica che avevamo deciso di attribuirgli sul finire dello scorso anno, e che purtroppo non ho avuto la possibilità di consegnargli a causa delle limitazioni anti-Covid. Le sue istantanee, custodite proprio nell’archivio del Museo della Fotografia, rappresentano un pezzo della nostra storia e della nostra vita».


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