Bergamo 2010, l’adunata dei record - Foto Gli alpini e quell’emozionante invasione

Bergamo 2010, l’adunata dei record - Foto
Gli alpini e quell’emozionante invasione

Ricordate l’adunata dei record a Bergamo? 9 maggio 2010, la sfilata di centomila alpini a Bergamo. Tre giorni di festa che i bergamaschi non dimenticheranno mai.

Era il 9 maggio 2010, otto anni fa: quel giorno Bergamo si fermò per festeggiare gli oltre centomila alpini che sfilarono per 12 ore lungo le vie del centro. L’adunata dei record è ancora nella memoria dei bergamaschi, che per tre giorni scesero in piazza insieme a migliaia di alpini arrivati da ogni angolo d’Italia. Diecimila i bergamaschi dietro allo storico striscione «Bèrghem de sass».

Una città ostaggio di un sano disordine per metà settimana, tende piantate ovunque, fanfare agli angoli delle strade, orari dei bar aboliti, ma anche zone malfamate riconquistate al passeggio serale. E poi, clacson di festa anziché di rabbia, gente in coda dietro a improbabili motocarri che sorrideva invece di imprecare, lentezza voluta e non imposta dalla congestione del traffico. Non c’erano effetti speciali (a parte il passaggio delle Frecce Tricolori, poco prima di mezzogiorno) come al cinema, eppure il pubblico rimase incantato lo stesso.

«La Bergamo che comincia a sfilare davanti agli occhi degli alpini, a piazza Sant’Anna, è una folla che abbonda di slogan («Viva gli alpini», «Bravi», «Siete l’orgoglio d’Italia») che non saranno il massimo dell’originalità, ma dicono tutto – è uno stralcio del pezzo di Piero Vailati pubblicato su L’Eco del 10 maggio 2010 -. La Bergamo che finisce di sfilare in piazzale Oberdan è una signora che commenta sorridente: «Non mi fanno chiudere occhio da tre notti, ma che bello vedere tanta gente allegra».

«La Bergamo che sfila fra questi due punti, di partenza e arrivo, è nelle migliaia di Tricolori esposti ai suoi balconi, che dopo la curva tra via Mai e viale Papa Giovanni si condensano nell’immagine mozzafiato di due ali di folla che accompagnano lo sguardo verso le Mura vestite di verde, bianco e rosso. I Tricolori più grandi per addobbare il balcone più bello».

«La Bergamo che sfila lungo quei 4 chilometri è un applauso ininterrotto, eppure mai uguale a se stesso: se lo sai ascoltare, vi cogli una varietà di toni, sempre adeguati, che vanno dalla tangibile commozione per il passaggio dei reduci delle steppe bianche di Russia all’allegra complicità con chi è reduce dalle notti bianche dell’adunata. Passando attraverso l’orgoglio per i militari in armi impegnati nelle missioni di pace, e la gratitudine per i volontari della Protezione civile».

«La Bergamo che sfila in questa giornata è quella che cede di buon grado il cuore del Sentierone – salotto buono del suo struscio domenicale – allo struscio festoso di mezzo milione di amici con la penna nera. Che lancia fiori al passaggio del corteo. Che si dà il cambio di continuo lungo le strade per tredici ore. Perché gli alpini non vengano mai lasciati soli, come loro non lasciano mai solo nessuno, quando ce n’è bisogno. La folla accalcata alle transenne non smette mai di essere numerosa, né calorosa. Anche quando scocca l’ora del pranzo domenicale. Anche quando, nel pomeriggio, la pioggia da fastidioso intermezzo diventa una costante compagnia».

«La Bergamo che sfila è qualcosa che anche i reduci vogliono gustarsi fino in fondo, al punto da non volere il telone anti-pioggia montato su jeep e camionette d’epoca che li trasportano lungo il percorso: alla fine i teloni vengono messi, ma per fortuna quella del mattino è una pioggia che dura poco, e cessa quando la testa del corteo ha percorso il primo tratto di via Mai. È anche l’applauso alle migliaia di «cugini» bresciani, mettendo da parte ogni rivalità di campanile. Quisquilie per gli alpini, capaci di far sfilare sotto la stessa insegna persino le sezioni riunite di tre città fieramente nemiche sin dal Medio evo come Livorno, Lucca e Pisa. La Bergamo che sfila attorno agli alpini è, ancora, un ponte fra storia e futuro: quello gettato dal telefonino di ultima generazione con cui un ragazzo cattura, alla partenza, l’immagine di un alpino con l’uniforme della Grande guerra».


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