Coronavirus, l’immunologa Balotta «Sono pochissimi i casi con sintomi gravi»
Claudia Balotta

Coronavirus, l’immunologa Balotta
«Sono pochissimi i casi con sintomi gravi»

L’immunologa guida il team del Sacco che ha isolato il virus italiano: «Ci aiuterà a trovare farmaci efficaci»

Cremonese, 69 anni, Claudia Balotta è l’immunologa alla guida del team di ricercatori del Sacco di Milano che ha appena isolato il ceppo lombardo del coronavirus. Dopo quattro giorni di lavoro non stop, ieri la professoressa di Malattie infettive dell’Università degli Studi di Milano si è concessa 24 ore di pausa. Prima una tappa veloce nella sua città, Cremona, per ricevere i ringraziamenti ufficiali del sindaco a nome di tutti i suoi concittadini. Poi, un pomeriggio in famiglia sul lago d’Iseo a casa del fratello Dario, presidente di Legambiente Basso Sebino.

Professoressa, partiamo dalle basi: come si arriva a isolare il Covid-19?

«Con una procedura complessa a più fasi. Semplificando, si disperde il materiale biologico dei pazienti infetti - in alcuni casi ottenuto dal tampone risultato positivo, nei casi degli intubati dal lavaggio broncoalveolare effettuato in ospedale - in cellule di scimmia coltivate in vitro all’interno di alcune fiaschette. E a distanza di quattro, 24, 48 ore e così via si verifica l’effetto dannoso del virus sulle cellule. A quel punto si preleva il medium di coltivazione, e lo si testa dal punto di vista molecolare confermando l’isolamento».

È una procedura a cui eravate preparati?

«Sì. Abbiamo replicato il lavoro che ho compiuto nel 2003 per isolare il virus della Sars, un virus che era circolato molto poco in Cina, pochissimo in Italia. In quel caso avevamo a disposizione un solo paziente che si era certamente infettato in Vietnam».

In quanti avete contribuito all’isolamento del Covid-19?

«Ci abbiamo lavorato in cinque, per quattro giorni, e giovedì abbiamo annunciato i risultati. È un lavoro che si fa in una struttura in biosicurezza, con gli scafandri di protezione: tute, calzari, occhiali, mascherine e tripli guanti, gli stessi che usiamo quando trattiamo il virus dell’Hiv. Tre membri del mio team sono giovani precarie che possono contare solo su borse di studio e piccoli contratti. È proprio vero che in Italia ci si ricorda dell’importanza della ricerca solo nel pieno delle emergenze.

Di quanti pazienti avete isolato il virus, sino ad ora?

«Di tre pazienti, e siamo in attesa delle conferme del quarto: si tratta di persone provenienti dal Lodigiano. Poi passeremo a isolarlo in pazienti del Cremonese e speriamo di poter collaborare anche con il Veneto».

Che differenza c’è con il virus isolato tre settimane fa allo Spallanzani di Roma?

«Loro hanno isolato il virus di un paziente cinese infettato in Cina. Noi abbiamo invece lavorato su pazienti italiani, per la precisione lombardi. I nostri risultati verranno condivisi con la comunità internazionale».

Perchè è così importante isolare il virus?

«È fondamentale per compiere analisi su un virus che, ricordo a tutti, non conoscevamo. Così come per trovare farmaci efficaci: è vero che la maggior parte di chi lo contrae lo fa in maniera asintomatica e pochissimi sviluppano sintomi gravi. Ma avere farmaci validi ci permette di scongiurare decessi, soprattutto su pazienti giovani che non hanno condizioni di salute compromesse. Fra l’altro abbiamo già ricevuto offerte di collaborazione internazionali ed europee per testare nuovi farmaci».

Il vostro lavoro aiuterà anche a capire come è arrivato in Italia il Covid-19?

«Sì: nei prossimi giorni dovremo fare un lavoro di caratterizzazione molecolare che ci aiuterà a tracciare il percorso che il virus ha fatto nei diversi cluster italiani e a capire quando è entrato nel nostro Paese e ha iniziato a diffondersi nella popolazione».

È un passo avanti verso la formulazione di un vaccino, quindi.

«Proprio così, la loro formulazione parte dai virus isolati. Attualmente ci sono due tipologie di vaccini in sperimentazione, sugli animali: andrà verificata la loro efficacia e soprattutto la possibilità di impiegarli sull’uomo senza effetti collaterali. Secondo una previsione ottimistica ci potrà volere fra un anno e un anno e mezzo per averlo a disposizione. Attualmente i Paesi più avanti in questo senso sono Stati Uniti e Inghilterra. Ma posso dire che anche noi italiani abbiamo tutte le prerogative per poterlo formulare».n


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