Covid, l’Rt allarma ancora Lorini: «Dobbiamo restare chiusi»

Covid, l’Rt allarma ancora
Lorini: «Dobbiamo restare chiusi»

Lorini, Area critica del «Papa Giovanni»: «Dobbiamo restare chiusi, l’Rt allarma ancora». «Dopo i sanitari, meglio vaccinare tutti gli over 60»

«È dura, sì, ma la realtà va guardata in tutta la sua crudezza: dobbiamo stare chiusi, sarebbe bene che le restrizioni durassero qualche settimana. E non bisogna raccontarsi frottole: se si dice che mancano pochi metri per la vetta quando invece la distanza è di parecchi chilometri, lo scalatore si ritrova senza fiato e senza gambe e in vetta non ci arriva. Invece, questa volta, in vetta c’è il vaccino, la nostra salvezza. E ci dobbiamo arrivare tutti.». Luca Lorini, direttore del Dipartimento di Emergenza e urgenza e dell’Area critica dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo invita quindi al rigore, ora che la Lombardia è di nuovo in zona rossa. Anche se, nella Bergamasca, i dati sono decisamente più confortanti che altrove.

Perché di nuovo in zona rossa?

«Perché non siamo un’isola, non lo è Bergamo, non lo è la Lombardia, non è l’Italia, non lo è l’Europa: siamo in una pandemia globale. Qui, in Lombardia, siamo in un equilibrio, in quanto a nuovi contagi, che è stabile ma non rassicurante: riusciamo a lavorare bene, a continuare le attività in ospedale, ma la curva non scende. Venerdì l’Rt era oltre 1, 2 e questa è una cifra che deve allarmare, che ci dice che è alto il rischio di avere pronto soccorso e ospedali intasati. Non ce lo possiamo permettere, come non possiamo permetterci di continuare ad avere centinaia e centinaia di nuovi casi al giorno in Lombardia, e decine e decine di morti. La chiusura si fonda sulle stesse motivazioni della prima ondata: lo abbiamo capito tutti, ormai, che se si fosse chiuso 15 giorni prima probabilmente avremmo avuto meno morti. E la Lombardia è arrivata a 25 mila vittime. Dobbiamo metterci al riparo, evitare altre morti e puntare sui vaccini».

Vaccini: Pfizer ha annunciato che ci saranno tagli nelle prossime consegne. e si teme che le somministrazioni per gli ultraottantenni possano slittare. La vetta, a dire il vero, sembra proprio lontana.

«Credo che si debba restare in piedi e resistere: se, come penso, l’Ema entro fine mese darà l’ok al vaccino di AstraZeneca avremo 40 milioni di vaccini all’orizzonte. Con una intensa campagna di somministrazione in primavera, avremo un’estate che profumerà di libertà».

La campagna di massa però non c’è ancora, si procede per categorie.

«Io non avrei fatto tutte queste distinzioni, ci si potrebbe riflettere, quando avremo la certezza di una abbondanza di dosi. È stato giusto proteggere prima i medici e il personale sanitario, e vista l’esperienza della prima ondata, anche gli ospiti delle Rsa, ma ora si dovrebbe guardare ai numeri. E vaccinare prima tutti gli over 60, a tappeto, e poi tutti gli under 60. La fascia più delicata è proprio quella dai 60 anni in su: guardando ai dati di qualche settimana fa su 70 mila morti, 64 mila avevano più di 64 anni, contro i 6 mila di età inferiore. Bisogna agire subito per proteggere questa fascia di popolazione».

Torniamo ai contagi: i nuovi casi riguardano soprattutto i ragazzi.

«Distinguiamo una volta per tute: essere positivi al virus non significa essere malati. E i giovani si ammalano raramente. Questo accadeva anche nella prima ondata: allora però si facevano 3.000 tamponi al giorno, ora se ne fanno anche 170 mila e in alcuni periodi, tra ottobre e novembre si è arrivati a oltre 300 mila tamponi al giorno, mentre, all’inizio della pandemia al Papa Giovanni al massimo potevano farne 100. Se oggi vediamo più giovani contagiati è perché facciamo più tamponi. Ma lo si sa da subito che i ragazzi non hanno patologie gravi, ma sono veicoli del contagio. Si frequentano, hanno contatti, anche in questa seconda ondata tra feste natalizie e misure allentate è successo, e portano a casa ai genitori, ai parenti e ai nonni, il virus. E sono loro, gli adulti, ad ammalarsi».

Si sono visti gli effetti delle feste natalizie? C’è la terza ondata? E i bergamaschi come si sono comportati?

«Le feste natalizie sono state per tutti occasioni di minore attenzione, anche se c’erano limitazioni agli incontri, qualche cenone, qualche pranzo un po’ troppo allargato c’è stato. Certo, i bergamaschi hanno acquisito oltre a una sorta di immunità di gregge, anche una immunità psicologica, e hanno capito più di quanto accada altrove, che solo osservando le norme ci si può difendere dal virus. Ma qualche allentamento c’è stato, nelle feste natalizie. E ci aspettiamo di vedere gli effetti. I contagi restano, anzi, non calano, siamo ancora in un’onda lunga della seconda ondata. E le condizioni della malattia sono identiche a quelle della prima: con il coordinamento regionale delle Terapie intensive abbiamo analizzato migliaia di dati, i primi 4.000 ricoveri in Terapia intensiva in Lombardia e 3.000 della seconda; la degenza media è la stessa, l’età media anche, così come il numero di supporti per la ventilazione e, purtroppo, la mortalità. Per questo la chiusura è opportuna: ci aspettiamo la terza ondata, e sarà tanto più pesante quanto più si farà prevalere la stanchezza all’attenzione».

In Bergamasca è pure comparsa la variante inglese.

«Non c’è da stupirsi. Lo ripeto spesso: non siamo un’isola, e dobbiamo guardare intorno a noi; quello che accade in altri Paesi poco dopo compare anche da noi. Parlo da medico: nessuno si è mai fatto illusioni sul fatto che le varianti comparse altrove, che hanno costretto altri Paesi a misure restrittive pesanti, non arrivassero anche qui. Così come, quando a luglio al Papa Giovanni si era arrivati a zero degenti positivi in Terapia intensiva nessuno ha mai pensato che non sarebbero ricomparse ondate di contagi. Non ci sono mai stati 40 giorni consecutivi senza contagi, ricoveri e decessi. Lo abbiamo capito subito: per un traguardo simile serviva il vaccino. Ora c’è».

Da qui all’immunità di gregge, però...

«Certo, la strada è impegnativa. E non bisogna ignorare la variabile di chi non vuole vaccinarsi: è un problema mondiale. Io credo che debbano essere le parole del Papa a fare da guida: vaccinarsi è un dovere etico».

Nel frattempo, la stanchezza si fa sentire: è sempre più difficile sopportare le restrizioni.

«Siamo stanchi tutti, compresi medici e infermieri. E ci sono tante categorie che stanno pagando duramente queste limitazioni, ma credo che non siano due mesi in più a fare la differenza. La fanno però per i morti e i contagi. All’inizio della seconda ondata venne a intervistarmi una giornalista tedesca: si era detta arrabbiata con il suo Paese perché in pochi facevano attenzione a distanziamento e assembramenti, e si era invece complimentata per l’atteggiamento dei bergamaschi. Ora in Germania hanno avuto giorni con 1.000 morti in 24 ore. I bergamaschi quindi tengano duro, mantenendo il coraggio dimostrato in quest’anno difficilissimo. I vaccini adesso li abbiamo: non facciamo gli stupidi, o ci troveremo davanti a una vetta invalicabile».


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