Il grido d’allarme dei ristoratori in crisi «Spacciati senza asporto e spazi aperti»
Ristoranti e bar desolatamente vuoti

Il grido d’allarme dei ristoratori in crisi
«Spacciati senza asporto e spazi aperti»

«Il settore dei pubblici esercizi - bar, ristoranti, pizzerie, catene di ristorazione, catering, discoteche, pasticcerie - è in uno stato di crisi profonda.

C’è il serio rischio di veder chiudere definitivamente 50 mila imprese e perdere 300 mila posti di lavoro. Già molti imprenditori stanno maturando l’idea di non riaprire l’attività, perché le misure di sostegno per il comparto sono ancora gravemente insufficienti e non si intravedono le condizioni di mercato per poter riaprire».

È quanto si legge in una preoccupata nota nazionale di Fipe-Confcommercio alla vigilia di conoscere le decisioni del governo per la prossima cosiddetta Fase 2. Paure molto presenti anche a Bergamo, dove i vertici delle varie associazioni provinciali condividono in pieno le posizioni prese a livello nazionale. Secondo i dati della Camera di commercio, al 31 dicembre 2019 a Bergamo e provincia si contavano 1.400 tra ristoranti, pizzerie e trattorie (di cui 246 in città) e 2.706 tra bar, gelaterie e pasticcerie (di cui 391 in città). Una realtà significativa della economia provinciale che sta vivendo momenti di drammatica attesa.

Gli interventi sin qui messi in campo dal Governo sono per ora solo una risposta parziale: la liquidità non è ancora arrivata; la garanzia al 100% dello Stato per importi massimi di 25 mila euro è una cifra lontanissima dalle effettive esigenze delle imprese per far fronte agli innumerevoli costi da sostenere; la burocrazia rimane soffocante, appesantendo le procedure degli ammortizzatori sociali, obbligando, di fatto, le imprese ad anticipare i pagamenti.

Ascom chiede uno sforzo in più

«Con la riapertura del Paese - conferma il direttore di Ascom Bergamo, Oscar Fusini - i bergamaschi rischiano di non trovare più aperti né il bar sotto casa, né la trattoria di quartiere. Per questo, chiediamo al governo e alla politica un aiuto e uno sforzo in più per salvare un pezzo del nostro sistema produttivo. Siamo ansiosi di sapere le decisioni che si stanno maturando, ma restiamo tutti molto preoccupati». Una indiscrezione circolata nelle ultime ore dice di una possibile riapertura dei pubblici esercizi a partire dal 18 maggio. Ma con quali condizioni? Tre sono le richieste più pressanti che anche a Bergamo sono sostenute strenuamente: oltre alla consegna a domicilio già in atto, la possibilità di lavorare per asporto, come avviene in tutta Europa; la concessione di spazi all’aperto più ampi nel periodo di convivenza con il virus, per favorire il distanziamento sociale e permettere agli esercizi di lavorare; la reintegrazione dei voucher oppure di una formula sostitutiva che snellisca e favorisca il lavoro occasionale.

«Regole sulle distanze tra tavoli»

«Altre necessità - afferma Beppe Acquaroli, presidente della associazione RistorantiBergamo - si riferiscono a un piano di riapertura con tempi e modalità certe condiviso con gli operatori del settore, per permettere a tutte le imprese di operare in sicurezza. Regole certe sulle distanze tra i tavoli. Chiarire di chi sarà la responsabilità quando, come le famiglie, vorranno mangiare allo stesso tavolo. E le compagnie? E le coppiette? Ci vorrà una loro autocertificazione che sono immuni dal virus. O ci saranno le condizioni per lavorare, anche se con meno clienti, ma non possiamo riaprire senza certezze, perché siamo sicuri che lavoreremmo in perdita».

«Il nostro è un grido di allarme - afferma Diego Zanchi, titolare de “Le Stagioni” di Orio al Serio - perché il mondo della ristorazione ancora si interroga e vaga senza certezze. La criticità del settore e la mancanza di chiari e concreti interventi e linee guida fanno temere il tracollo dell’intero comparto. Non vogliamo immaginare una ripartenza della nostra bella Italia con le serrande dei ristoranti abbassate. Il rischio esiste ed è nell’aria. Aprire per noi tutti deve voler dire riuscire a fare utile per pagare i fornitori, i dipendenti e tutto il resto. Se così non fosse possibile, non resterebbe che una soluzione: rimanere chiusi e piangere».


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