Io, anestesista travolta dal Covid
Quella donazione che ha salvato tante vite

Una lettera di un’anestesista che racconta di un gesto di gratuità insperato che ha salvato tante vite.

Spettabile redazione, in questi ultimi mesi si è spesso parlato di imprenditori senza scrupoli, persone che durante la pandemia erano più preoccupati del loro conto in banca piuttosto che dei cadaveri che tristemente continuavano ad accumularsi negli ospedali. Vorrei raccontarvi una storia diversa.

Sono un’anestesista-rianimatore che lavora in un ospedale periferico; come tutti i miei colleghi sono stata travolta dall’uragano Covid, lo chiamo in questo modo perché non esiste termine migliore per descriverlo, si è trattato di un’onda violenta che senza pietà alcuna ci ha travolto e difronte alla quale ci siamo ritrovati impotenti. Non eravamo più medici ma canne al vento sbattute da un paziente all’altro, capaci solo alla fine del turno di contare i morti. Ricordo ancora una notte in cui un collega sconsolato con la voce tremante mi disse «Che medico sono? Non servo a nulla, il virus è più forte di noi, è più grande di noi, non ce la faremo mai, questa notte sono stato utile solo per compilare certificati di morte».

In questo clima terrificante, all'inizio dell’emergenza ci rendemmo subito conto che, di lì a poco, ci saremmo trovati senza alcuni presidi vitali: le famose Cpap. I nostri problemi non erano i caschi da posizionare sui pazienti ma i flussimetri, cioè quegli strumenti che modulano, dai circuiti centralizzati dell’ospedale, l’ingresso di aria e ossigeno all’interno dei caschi. I nostri soliti fornitori, anch’essi disperati, ci chiedevano qualche settimana per riuscire a fornirci ciò di cui avevamo bisogno, non riuscivano a produrre a sufficienza rispetto all’aumento delle richieste. I tempi di attesa erano improponibili, incompatibili con i nostri bisogni. Chiamai disperata un collega che lavorava in un altro ospedale il quale mi diede il nome di un’azienda della nostra provincia che produceva flussimetri e che forse avrebbe potuto aiutarci. Chiamai immediatamente e parlai con il proprietario presentandogli la nostra situazione.

Purtroppo ci rendemmo conto che i presidi da lui prodotti erano compatibili solo con alcune aree del nostro ospedale, cioè potevano essere usate in Pronto soccorso, in Unità coronarica nella Terapia intensiva ma non nei normali reparti di degenza dove c’erano la maggior parte dei pazienti Covid. Mi crollò il mondo addosso… non potei far altro che ringraziarlo per la disponibilità. Poco dopo però mi richiamò dicendomi che, forse, poteva fare qualcosa per noi; aveva ribaltato i suoi magazzini ed aveva trovato alcuni flussimetri che non aveva più in produzione ma che potevano esserci utili; mi sarei messa a piangere dalla gioia… subito gli dissi che pero’ non avevo idea di quando e come avremmo potuto pagarlo, io ero solo l’anestesista e la mia era stata un’iniziativa fatta per la disperazione, non avevo mai parlato con l’Ufficio acquisti del mio ospedale e nessuno mi aveva autorizzato a fare quella richiesta.

Mi rispose quasi scandalizzato dicendomi che il suo ultimo pensiero in quel momento erano i soldi, che c’erano delle vite da salvare e che l’emergenza era in quel momento per cui di non preoccuparmi di nulla. Mi mandò i flussimetri già quel pomeriggio da utilizzare per i nostri malati. Mi disse che erano una goccia nel mare rispetto ai nostri nostri bisogni ma era tutto quello che poteva fare in quel momento per noi. Grazie sig. Roberto, grazie da parte di quegli ignari pazienti che si sono salvati con il suo aiuto. Quella che lei ha chiamato «una goccia nel mare» ha significato per qualcuno la vita. Lei sicuramente resterà ai più uno sconosciuto, non comparirà in tv, nessuno la inviterà mai a quegli stupidi talk show che ora vanno alla grande sfruttando le tragedie della gente, ma agli occhi di Qualcuno di ben più importante lei sarà un eletto. Come dice la Bibbia, «nulla andrà perduto e tutto resterà scritto». Quando al termine dell’uragano le chiesi come mai ci avesse aiutato senza «se» e senza «ma» , mi rispose con una semplicità imbarazzante: «Ho fatto quello che i miei genitori mi hanno insegnato cioè restituire agli altri il bene che Dio mi ha regalato». Non ci sono parole da aggiungere, ne considerazioni filosofiche da fare, ci si deve solo inchinare a tanta nobiltà d’animo.

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