«La carità è il fare della fede»

«La carità è il fare della fede»

Il Vescovo monsignor Beschi risponde a chi si è interrogato sull’atteggiamento riservato della diocesi sull’inchiesta dell’accoglienza migranti. «È un silenzio per un esame di coscienza su ciò che ci è del tutto caro».

Nei giorni scorsi è stata diffusa la notizia che la procura di Bergamo ha avviato un’inchiesta in merito alla gestione dei contributi pubblici destinati all’accoglienza degli immigrati. Nell’ambito di questa indagini, una decina - tra sacerdoti e operatori della cooperativa Ruah e dell’Associazione Diakonia - sono stati raggiunti da avvisi di garanzia. Sulla delicata situazione pubblichiamo l’intervento di monsignor Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo.

Le indagini che la Procura di Bergamo ha avviato nei confronti di alcune persone (laici e sacerdoti) impegnate nel servizio ai poveri, hanno destato sentimenti diversi: dallo stupore al dolore, dallo sconcerto allo scandalo. Si tratta di persone conosciute non solo per il loro impegno, ma anche perché rappresentative di quello che la Chiesa di Bergamo, in tutte le sue espressioni e le sue componenti, opera in aiuto a molti nel momento del bisogno, nelle diverse situazioni in cui sperimentano fragilità e precarietà, nelle condizioni di debolezza e abbandono.

È una storia antica, che contrassegna così profondamente la nostra comunità, da «scomparire», come avviene di non poche delle realtà decisive per la nostra esistenza personale e sociale: assurgono ad un riconoscimento esaltante o al diffuso disprezzo in qualche momento, per poi rientrare in quelle pieghe dell’esistenza quotidiana, nelle quali scompaiono agli occhi dei più.

È evidente che l’indagine avviata e la sua pubblicazione, non sempre avvenuta nel rispetto delle tutele di cui hanno diritto non solo gli indagati ma ogni semplice cittadino, ha gravemente ferito le persone implicate, e insieme con loro un’intera comunità che ha riconosciuto nel loro impegno e servizio una testimonianza evangelica significativa e coraggiosa. Per tutto ciò che hanno compiuto e rappresentato a partire dai valori umani e cristiani che condividiamo, confermiamo la nostra riconoscenza e vicinanza. Il rispetto per la Magistratura, dei suoi compiti e della sua alta responsabilità, si accompagna alla collaborazione da parte di coloro che sono coinvolti, in ordine all’accertamento di comportamenti che meritano il massimo della trasparenza e della credibilità. La riservatezza tenuta dalla Chiesa in questi giorni, comprensibilmente interpretata nei modi più diversi, è essenzialmente l’espressione di un dolore e di uno sgomento che ammutolisce. Lo abbiamo avvertito anche in tanti semplici cittadini e da parte di molte istituzioni, che hanno intensamente condiviso moralmente e fattivamente l’impegno nei confronti dei poveri di qualsiasi condizione, provenienza e appartenenza. È un silenzio che diventa spazio per un esigente esame di coscienza personale e comunitario su ciò che ci è del tutto caro, come l’esercizio della carità, frutto della fede. La carità è il fare della fede, il fare del cuore. In questi mesi di prova dolorosissima, a causa della violenza del contagio che ha colpito particolarmente la nostra terra, abbiamo ancora una volta riconosciuto il fiorire della carità, dell’amore che assume infinite declinazioni: dalla cura, alla vicinanza, dalla solidarietà alla dedizione meravigliosamente generosa. Le nostre parrocchie, distribuite in ogni angolo della nostra terra, hanno espresso questa generosità, condividendola con tutti, senza distinzione. Come è caratteristica della carità, questa testimonianza non si è ispirata né nutrita al riconoscimento e tanto meno all’affermazione di sé. Neppure è stata semplicemente una risposta ai bisogni, quasi che, una volta corrisposto al bisogno, la carità diventi inutile. La carità, nelle sue infinite declinazioni di amore per il prossimo, provvede al bisogno, ma senza separarlo dalla persona che lo sta sperimentando. È la persona umana e non solo il suo bisogno che ci sta a cuore: è la persona umana nella sua attesa e nella sua debolezza. È la persona umana che ci sta a cuore, ogni persona umana, tutta la persona umana. La comunità cristiana, con le sue contraddizioni, ha scritto una storia di carità, frutto della sua fede, e continua a scriverla. L’ha scritta con il cuore e con le opere di una moltitudine di persone e delle istituzioni che con competenza l’hanno rappresentata. Si è detto dell’impressionante dedizione e solidarietà di questi mesi: da sempre sono testimone di una generosità altrettanto impressionante che credenti e non credenti manifestano nei modi più svariati, attribuendo alla Chiesa una credibilità ed un’efficacia nel corrispondere alle attese di ogni persona, che sono convinto possa continuare ad esserle riconosciuta. È una responsabilità grande, e per i cristiani ancor più grande, a motivo dell’inesauribile e radicale ispirazione che la alimenta e la sostiene.


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