La nostra vita
La nostra storia

Mai come oggi e in nessun altro luogo che non sia Bergamo. Il messaggio di Papa Francesco per la 54ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sembra scritto per la nostra gente e per la nostra terra, così martoriata dalla pandemia del coronavirus.

La nostra vita La nostra storia
54 giornata delle comunicazioni sociali
(Foto di Alberto Ceresoli)

Prendendo spunto dal Libro dell’Esodo (10,2), il Pontefice fissa l’essenza del suo discorso in sole tredici parole: «Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria - La vita si fa storia». E nelle nostre case - da quel 24 febbraio, quando venne registrato il primo morto per Covid, ad oggi - la vita si è fatta davvero storia, passando attraverso «la porta» della morte. Un’interminabile catena di lutti, susseguitisi uno via l’altro, persino «accavallatisi» un sull’altro, tanto da rendere necessario l’intervento dell’Esercito per trasportare altrove i feretri alla ricerca di un luogo per raccoglierne le ceneri.

Militari in divisa in missione di pace, addestrati per la guerra, ma rivestiti di un’umanità nuova, lacerati anch’essi dal dolore e dal profondo senso di pietà con cui hanno accompagnato il loro triste «carico». Dietro di loro, il nulla… Il mondo intero ha visto questa «storia», e per il mondo intero questa è la nostra Storia, ma noi sappiamo bene che dentro questa Storia ci sono le storie dei nostri morti («Ogni vita è una storia», come recita il memoriale che abbiamo voluto dedicare alle vittime del coronavirus), e quelle dei loro familiari e dei loro amici, che se li sono visti portare via in un soffio, come spegnere un fiammifero, e che hanno urlato il loro dolore ai quattro venti, l’unico modo rimasto per sfogare una disperazione che toglieva il respiro.

Ma ci sono anche le storie di chi si è preso cura di loro – medici, infermieri, volontari – e che senza arrendersi mai, hanno speso tutta la loro energia per tenere quegli uomini e quelle donne - quei papà e quelle mamme, quei nonni e quei figli - legati al filo della vita. E ci sono anche le storie di chi si è trovato a gestire sistemi, strutture e situazioni rivelatisi fragili di fronte alla forza distruttiva del virus, come argini posticci travolti da un’improvvisa e violenta ondata di piena. Hanno fatto quel che potevano, tra lentezze, ritardi, incomprensioni, inadeguatezze, qualche volta anche incapacità, ma hanno fatto, e in molti casi hanno fatto bene.

Un mondo di storie, insomma, raccontate non solo dai giornali – da «L’Eco» in primis –, ma da ciascuno di noi, sui social (attraverso i messaggi, le fotografie, i video…) piuttosto che parlando con il nostro vicino di casa, anche solo da un balcone all’altro. Davvero la storia siamo noi, e davvero i nostri racconti serviranno a tramandare la nostra vita e il nostro ricordo. Ed è proprio per questo che il messaggio del Papa è rivolto a tutti, non solo ai giornalisti, perché Francesco sa bene che oggi tutti noi siamo comunicatori e che il recinto della professione giornalistica quale spazio per convogliare e gestire l’informazione non è più l’unico, anzi.

Ma in un mondo dove l’uso strumentale della parola è una vera e propria arma usata per distruggere l’avversario nel tempo di un battito d’ali, è necessario capire il limite e soprattutto il valore del nostro racconto. «Per non smarrirci - ci dice il Papa - abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme». E solo noi bergamaschi sappiamo quanto di queste storie abbiamo bisogno, oggi più che mai, per rimettere insieme i cocci, riannodare i fili della memoria e guardare al futuro con serenità e rinnovata determinazione. Tutti insieme.

«Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano - scrive ancora Bergoglio -, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo, che riveli l’intreccio dei fili con i quali siamo collegati gli uni agli altri». Chiacchiere e pettegolezzi, violenza e falsità, vanno dunque messi al bando, perché avvelenano il nostro comunicare. Spesso sui telai della comunicazione - ammonisce con saggezza il Papa -, anziché racconti costruttivi vengono tessute storie distruttive e provocatorie, «che logorano e spezzano i fili fragili della convivenza». E così facendo, mettendo insieme notizie verosimili ma in realtà false, «non si tesse la storia umana, si spoglia l’uomo di dignità».

C’è bisogno di pazienza e di discernimento per non perdere il filo «tra le tante lacerazioni dell’oggi», storie - e anche questo sembra scritto per noi bergamaschi - «che riportino alla luce la verità di quel che siamo, anche nell’eroicità ignorata del quotidiano». E ognuno di noi, oggi, ne ha almeno una da raccontare. Certo, sullo sfondo e nell’orizzonte ultimo, c’è una «Storia di Storie», la Sacra Scrittura. È per questo che quando scriviamo non dobbiamo farlo seguendo le logiche persuasive (e a volte perverse) dello storytelling, «ma testimoniare ciò che lo Spirito scrive nei cuori, rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende». Anche quando raccontiamo il male, c’è sempre spazio per raccontare il bene che vi è nascosto. Cerchiamo di ricordarcelo, anche quando digitiamo sullo smartphone parole cariche di odio e di razzismo, parole che, anziché unire, mandano in frantumi la convivenza sociale.

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