Licenziato per aver fatto pipì in strada
Domani è il giorno del professor Rho

L’amministrazione scolastica non si è costituita in giudizio nel caso di Stefano Rho, il docente licenziato per non aver dichiarato come precedente penale una multa presa per aver fatto pipì in un cespuglio a bordo strada.

È stata fissata per il 16 marzo dal giudice del lavoro Raffaele Lapenta l’udienza in Tribunale per il ricorso di Stefano Rho, il docente quarantenne licenziato (come una cinquantina d’altri tra insegnanti di ruolo e precari) per mendacio per non aver dichiarato (all’atto della presa di servizio a scuola) di avere precedenti penali,legati ad una causa chiusa undici anni fa, quando l’uomo era stato sorpreso dai carabinieri, in un paesino della Valle Brembana, a fare pipì (a notte fonda ma vicino a un lampione) in un cespuglio ai bordi di una strada deserta. Per il fatto aveva pagato un’ammenda di 200 euro e non risultando dal casellario giudiziale e non essendo il precedente ostativo all’assunzione, non l’aveva dichiarato nel modulo fornito dalla scuola all’atto della presa di servizio.

La vicenda ha sollevato molta attenzione e la solidarietà di colleghi e allievi per la sproporzione fra l’accaduto e le conseguenze professionali (il licenziamento vale per sempre e per tutta la scuola statale) e ha riportato sotto i riflettori altri casi, accomunati dalla scarsa rilevanza penale e dal fatto che dal casellario giudiziale rilasciato agli interessati non risultava nulla.

Sulla questione è stata anche presentata ai ministri dell’Istruzione, della Semplificazione e dell’Economia, un’interpellanza parlamentare per iniziativa del deputato Antonio Misiani, firmata da tutti i parlamentari Pd bergamaschi (Elena Carnevali, Giovanni Sanga, Beppe Guerini) e dalla milanese Daniela Gasparini.

Ora l’Ufficio scolastico territoriale potrà presentarsi in udienza, ma ha perso la facoltà di produrre documenti e di sollevare eccezioni.Da un punto di vista tecnico, quando i fatti (come in questo caso) sono noti e al loro riguardo non c’è nuovo materiale da presentare, nulla cambia dato che il giudice deve esprimersi «in punta di diritto». Ma dal punto di vista simbolico, dato il polverone mediatico intorno al caso, la non costituzione di parte ha invece molto significato. Tanto che la scorsa settimana, per un caso analogo già arrivato in udienza e dove l’amministrazione si è costituita parte nei termini prescritti, l’avvocato del docente ricorrente avrebbe chiesto il rinvio in attesa di conoscere quale sarebbe stata la scelta per Rho.

Nella situazione del docente di filosofia Stefano Rho – cioè licenziati per aver dichiarato il falso in autocertificazione (di non aver avuto precedenti penali) all’atto dell’assunzione – ci sono una cinquantina di docenti e Ata bergamaschi e un centinaio in tutta la Lombardia. Tutti hanno alle spalle storie di poco peso «saldate» a livello penale e tutti ritenevano di essere a posto, nulla risultando dal casellario giudiziale in loro possesso.

Per il clamore mediatico sollevato, il caso Rho è diventato quello a cui fare riferimento e gli occhi di tutti i ricorrenti sono puntati lì.

Comunque andranno le cose nelle aule dei tribunali, è subito apparsa chiara alla politica la necessità di evitare per il futuro il ripetersi di situazioni simili. Della questione si è fatto carico in particolare il deputato bergamasco del Pd Antonio Misiani, che nell’interrogazione della quale è primo firmatario insieme agli altri parlamentari bergamaschi, ipotizza la possibilità di una circolare interpretativa.

Nel mezzo della bufera, perfino il Quirinale aveva discretamente chiesto di esaminare la documentazione. Si starebbe anche valutando la possibilità di una «leggina» ad hoc – approvabile in Commissione Affari costituzionali, senza bisogno di passare in Aula – che in tempi ragionevoli potrebbe fornire l’interpretazione definitiva.

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