Mimmo, 60 anni fa la prima pizza  Una storia che racconta Città Alta - video
Angelina e Mimmo

Mimmo, 60 anni fa la prima pizza
Una storia che racconta Città Alta - video

«Oggi è il nostro anniversario. Oggi, 60 anni fa, servivamo la nostra prima pizza a Bergamo, e da allora non abbiamo più smesso».

Dopo 60 anni gli auguri passano da Facebook con una bellissima foto di Mimmo e la moglie Angelina. Che devo dire grazie per questi fantastici anni bergamaschi. «Con la stessa passione e con lo stesso amore, ecco i sessant’anni anni di Mimmo. Vogliamo esprimere un caloroso ringraziamento a tutti coloro che hanno reso possibile questa storia! Grazie!» scrive una delle coppie più conosciute di Bergamo, e che nonostante l’età da pensione sono felicemente al lavoro nel loro ristorante di Città Alta.

Pochi mesi fa avevamo avuto l’occasione di raccontare questa storia, in particolare grazie a Angelina Scopelliti che, per la prima volta, aveva parlato davanti alla telecamera in un bellissimo video realizzato dalla nipote Giulia Mazzucconi, studentessa a Londra: un omaggio e regalo alla nonna così amata da tutta la famiglia.

Un video intenso e vero. Tra salsa di pomodoro per le mitiche Melanzane alla parmigiana che la signora Angelina ancora cucina nel ristorante di famiglia, tra frutta e verdura da pelare e tagliare, ma soprattutto dietro a quel tavolo che nessuno può dimenticare se è andato almeno una volta da Mimmo, in Città Alta.

Lei è lì, instancabile, e sempre con un saluto per tutti. «Mi chiamo Scopelliti Angelina e vengo da Reggio Calabria» inizia il video, ma in questi pochi minuti non c’è solo il volto, e la storia, di una donna che nella sua vita ha sempre lavorato con determinazione. Ci sono soprattutto le sue mani, sottili e rugose. Nodose e bellissime queste mani che impastano, che pelano, che da sole sanno spiegare tutta una vita.

«Abbiamo un grande ristorante. Io lavoro, gestisco la cassa - racconta -. Da 60 anni siamo qua e vediamo tanta gente che viene a trovarci - e continua -. C’ho la mia età ma continuo a lavorare. A me mi rispettano» spiega in maniera colloquiale.

E dice con la sapienza popolare: «Essere forte vuole dire avere la salute. Quando la gente mi chiede: “Non è ora di smetterla?” Io dico “no, non ci penso neanche”». Con un aneddoto: «Dopo tre giorni che ho partorito l’ultimo dei miei figli mi sono venuti a prendere: dovevo tornare a lavorare. Questo è il primo sacrificio».

Ma anche Mimmo si è spesso raccontato: «Per caso arrivai a Bergamo, era il primo di agosto del 1956. Andò così: io lavoravo in una pizzeria a Milano, in via Agnello, in un giorno caldo entra un signore anziano che mi dice che lui è di Bergamo e che ha messo su un locale in Città Alta e che a Bergamo di pizzerie ce n'è soltanto una, il celebre Pio. Mi dice che io sono un giovane in gamba, che mi affiderebbe il locale. Ecco, io allora avevo un gran desiderio di avere un locale tutto mio, avevo 31 anni, ero sposato, avevo già figli... Accettai». Domenico Amaddeo, ma tutti lo conoscono come Mimmo, ricorda così la vita di Città Alta in quegli anni che chiudevano i «Cinquanta», anni decisivi nel cambiamento del borgo antico. «Allora, a Milano, si parlava di Bergamo come di un paese di montagna. E quando arrivai, in effetti, Città Alta mi parve come un paesino scuro, tetro, povero, appena uscito dalla guerra. Nei locali non c'erano gabinetti, le case erano catapecchie, i servizi stavano in comune sulle scale. Mi scoraggiai. Il mio locale era piccolo, con un banco di marmo e un forno con un polpo dipinto sopra. C'erano cinque sgabelli di diverso colore dove i ragazzi si sedevano per consumare e sei tavoli con in fondo la televisione. Ci venivano anche i bambini nel pomeriggio a vedere la Tv dei Ragazzi. È quel locale lì, di fronte, dove abbiamo aperto quel negozio di gastronomia e alimentari, Mimì. Si lavorava tanto al sabato e alla domenica, durante la settimana, alla sera, era un mortorio. Venivano i ragazzi dalle valli con le moto, al sabato. In Città Alta viveva la povera gente, quella che poi negli Anni Sessanta venne spedita al Monterosso e nei quartieri popolari. All'inizio, con me erano titubanti, però poi divennero affettuosi».

Mimmo arrivò con la moglie e due figliolette, prese in affitto un appartamento in via Salvecchio, 12, un gran palazzo, di fronte all'attuale sede dell'università. Ma allora il palazzo era fatiscente e l'appartamento della famiglia Amaddeo consisteva semplicemente in uno stanzone. Affrescato. Racconta Mimmo: «Quando venivano quelle giornate gelide che c'era il ghiaccio, allora portavamo i materassi nella pizzeria e quando chiudevo il locale ci aggiustavamo sulla pedana del forno, io mia moglie e le bambine, e il tepore del forno ci salvava. Nel nostro appartamento non avevamo riscaldamento». In quei giorni, le pizze costavano 180 lire, il locale andava benino, dalla Calabria arrivarono una nipote e il fratello di Mimmo per dare una mano. Nel 1963 il trasferimento nei locali dove si trova ancora oggi. «Qua c'era un vecchio dopolavoro, un'osteria che vendeva tanto vino, con cinque campi di bocce. Cominciai subito a fare anche ristorante. I bergamaschi non conoscevano il pesce, al massimo c'erano il palombo, le aringhe salate e il baccalà. Io proposi il pesce, me lo portava Grismondi che aveva una ghiacciaia in via Bono e il giovedì andava a Chioggia a prendere pesce fresco. Ma nelle sere dei giorni feriali ancora per anni venivano le donne, le persone anziane che fumavano, annusavano tabacco, era gente a modo antico, rustica e diffidente, ma di buon cuore».

Mimmo cominciò a fare anche la polenta e i ravioli. La cucina bergamasca la preparava la signora Giuliani, il pesce Mimmo con la moglie Angelina che, tra una frittura e l'altra, ha messo al mondo sette figli. «Tutti in gamba, quattro laureati», dice Mimmo. Roberto è uno dei figli che si impegnano all'interno del ristorante, ha 35 anni, è nato e cresciuto in Città Alta. «Quando ero bambino giocavo per strade, qui c'erano quindicimila abitanti e tanti bambini. Adesso siamo rimasti in cinquemila e di bambini se ne vedono pochi. Credo che il cambiamento abbia accelerato negli ultimi venti anni. Città Alta ha rischiato di diventare un luogo imbalsamato, penso che l'università sia stata fondamentale nell'assicurare vitalità e senso a Città Alta».

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