Negozi aperti, il tetto che frena gli eccessi

Negozi aperti, il tetto
che frena gli eccessi

Doveva portare maggiori incassi e anche più occupati, ma la deregulation delle aperture nel commercio, numeri alla mano, non ha funzionato. Così il nuovo governo sta cercando di proporre paletti alle aperture domenicali e festive di negozi e supermercati e il mondo del commercio bergamasco si interroga se è davvero così fondamentale avere sempre e comunque un’offerta a disposizione, o se forse ancora qualche diritto al riposo queste imprese (e soprattutto i lavoratori) possono vantare.

Il modello americano, che vede già significativi avamposti anche da noi, con aperture persino notturne, e quello cinese, che non chiude praticamente mai, Natale, Pasqua e Ferragosto compresi, hanno già da tempo segnato la rotta.

Sta a noi stabilire se seguirli pedissequamente o valutare distinguo che forse non sarebbero la fine del mondo. Perché la deriva di un commercio no stop, rischia di inflazionare (e stufare) persino il più incallito fanatico dello shopping. Peraltro non ha dato oggettivamente grandi risultati la liberalizzazione di orari e aperture introdotta dal decreto Salva Italia di Monti nel 2011. Nessuno naturalmente può pretendere di tornare a griglie rigide, a una sorta di «oscurantismo commerciale» che imponeva chiusure prolungate sul fronte delle giornate e degli orari, penalizzando chi per ragioni di tempo, di lavoro o di famiglia poteva acquistare solo in determinati momenti della giornata o della settimana. Soltanto forse sarebbe opportuno arginare una deregulation che avanza da anni senza sosta. E non è affatto una questione politica, perché chi acquista può essere di destra o sinistra, grillino o leghista.

Provare ad armonizzare è quello che si prefiggono anche le associazioni del commercio bergamasco, valutando quando per esempio alcune festività sono totalmente slegate dal commercio e anziché favorirlo, portano un aggravio di costi. Pedaggi già pagati a caro prezzo da tantissime piccole imprese, che in questi anni hanno perso clientela non riuscendo a reggere i ritmi delle grandi. Si tratta di dinamiche da maneggiare con cura, per non ritrovarsi a fare i conti magari con imprese che, a fronte di riduzioni di orari e giornate, lascino a casa dipendenti o ne limitino le prestazioni.

In autunno si capiranno meglio i contorni di questa «mini-rivoluzione» portata avanti dal sottosegretario allo Sviluppo Economico Crippa e sostenuta con forza del ministro Di Maio, con ricadute che sul nostro territorio dovranno essere governate da un lato da Ascom e Confesercenti, dall’altro da imprese e sindacati. Qualcuno si è già mosso in anticipo, se pensiamo al cosiddetto «Modello Modena», che nella città emiliana vede una sperimentazione che contempla chiusure nelle festività e turni a rotazione per le domeniche. Peraltro le associazioni di commercianti orobiche hanno già detto di essere d’accordo su un minimo di regolamentazione. Ma dietro a questo dibattito, ci sono scenari ben più inquietanti per il commercio tradizionale, grande o piccolo che sia, che forse i nostri imprenditori fanno ancora fatica a cogliere del tutto. Giorno dopo giorno il commercio on line avanza inesorabilmente erodendo quote di mercato sempre più importanti. Un fenomeno che solo fino a qualche anno fa in tanti credevano ancora lontano, retaggio di un lifestyle a stelle e strisce che mai avrebbe potuto attecchire massicciamente qui da noi. E invece, ad ogni ora del giorno, oggi vediamo furgoncini consegnare le merci più disparate, mentre non solo le nostre case, ma anche le portinerie dei nostri uffici e negozi si stanno trasformando in piattaforme di accettazione di pacchetti e pacchettini, senza contare che negli ultimi anni è infuriata la battaglia per alleggerire il traffico su gomma per motivi di ordine urbano e inquinamento per ritrovarci ora nuove e sempre più arrembanti flotte su quattro ruote. Anche qui guai a demonizzare il nuovo, perché soprattutto i giovani ne hanno già fatto un loro modo di essere, ma sarà importante nei prossimi anni trovare il modo di far convivere l’offerta del negozio «fisico» con quella digitale, evitando di lasciare sul campo morti e feriti. Questa la nuova sfida commerciale del futuro.


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