Padre Pizzaballa è arcivescovo «Chiedo la pace di Gerusalemme»
L’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa

Padre Pizzaballa è arcivescovo
«Chiedo la pace di Gerusalemme»

Si è svolta oggi, sabato 10 settembre, nella Cattedrale di Bergamo l’ordinazione episcopale dell’Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa che Papa Francesco ha nominato Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme.

Più di mille i fedeli che hanno partecipato tra cui i genitori del nuovo Arcivescovo e i familiari. Diverse le autorità civili e militari, tra cui l’Ambasciatore di Israele e di Cipro il nuovo prefetto di Bergamo, Dr.ssa Costantino, alla sua prima uscita ufficiale, alcuni Sindaci, parlamentari e senatori. Tra le diverse rappresentanze i Cavalieri del Santo Sepolcro che erano guidati dal Gran Magistero, la delegazione di Terra Santa, del Patriarcato e della Custodia.

Il servizio d’ordine è stato curato dai cadetti dell’Accademia della Guardia di Finanza. Hanno accompagnato il Cardinale i carabinieri in alta uniforme.

Con il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che ha presieduto la solenne celebrazione, hanno concelebrato il Patriarca emerito Twal, il Vescovo di Bergamo Beschi, con una ventina tra Arcivescovi, Nunzi Apostolici, Vescovi.

Ha assistito alla celebrazione la delegazione ecumenica dell’Arcivescovo Nectorius come inviato del Patriarca Greco Ortodosso. Hanno accompagnato il nuovo Arcivescovo nei riti di ordinazione, il nuovo Custode di Terra Santa successore di Padre Pizzaballa e il parroco di Cologno al Serio, suo paese natale. All’inizio della celebrazione il Vescovo di Bergamo ha donato all’ordinando che l’ha indossata, copia dell’antica croce di San Procolo, tra i primi Vescovi di Bergamo, custodita nella cattedrale.

Il ringraziamento del nuovo arcivescovo PIERBATTISTA PIZZABALLA al termine della ordinazione episcopale

«Ho trascorso questi ultimi giorni di preparazione al nuovo ministero affidatomi presso il santuario di Caravaggio, dove siamo stati tutti almeno una volta e i cui ricordi affondano nella mia primissima infanzia e da lì ho ripercorso il cammino di grazia che mi ha accompagnato in tutti questi anni. La grazia ha le sembianze di volti e nomi, attraverso i quali, non sempre consapevolmente, ho ricevuto tanto.

Penso innanzitutto alla mia famiglia, ai miei genitori che mi hanno donato la vita, i fratelli e quel primo nucleo vitale che mi ha discretamente accompagnato fin qui; ai miei primi anni, da bambino, nella campagna colognese, a Liteggio. Erano gli ultimi anni di una vita semplice di campagna, con le cascine che già cominciavano a spopolarsi, ma che ancora vivevano gli ultimi momenti di un mondo ormai scomparso. Le visite nelle stalle, dove mi mandavano a prendere il latte, la gioia di andare sui carretti trainati dal cavallo, per andare a fare il fieno, i giochi semplici di campagna, e così via. Era un mondo semplice e genuino, e una vita sobria e felice. Solo con il tempo ho capito come quel mondo abbia influito nel darmi uno stile e una ricerca di sobrietà e sincerità.

Mi attraeva soprattutto la figura del prete, che arrivava dal paese con la sua bicicletta. Penso soprattutto a Don Pèrsec. Come lo attendevano, come gli volevano bene! E come lui voleva bene a quella gente. Sono partito presto da casa, ma quegli anni li ricordo bene e sono stati determinanti per dare un volto alla mia prima vocazione. Volevo essere come don Pèrsec.

Poi gli anni del seminario minore. Penso a padre Giovanni, padre Francesco, fra Gregorio, padre Candido, padre Davide e tanti altri. Lì in quel piccolo seminario ho imparato dalla passione e dalla disciplina di quei frati che la Chiesa non ha confini. Avevamo in quel tempo un museo missionario, che dovevamo tenere aperto ai visitatori (e che dovevamo pulire!). C’erano le sale della P.N. Guinea, della Terra Santa, della Cina e così via. Raccontava la vita di tanti missionari che tornavano da quelle terre e che portavano ricordi, li conservati. Ogni oggetto aveva una storia. Mi colpivano soprattutto le sale della Cina, ricchissime. Ma soprattutto le reliquie dei martiri del ‘900, vittime della rivoluzione dei Boxer. E poi le visite dei missionari che arrivavano da lontano, soprattutto dal Giappone e dalla Papua dove erano andati dopo l’espulsione dalla Cina, e che passavano sempre per raccontare le loro esperienze (uno di loro è ancora qui in mezzo a noi). E avevamo ciascuno corrispondenza con un missionario. A me toccò padre Gaetano in Papua N. Guinea. Senza rendermi conto si faceva chiara nella nostra coscienza di bambini, che la Chiesa parla tutte le lingue e sta bene in tutte le culture e che si poteva anche pensare a partire e andare lontano. I vecchi missionari espulsi dalla Cina e presenti in mezzo a noi, poi, fecero il resto. Anch’io volevo andare missionario. In Cina. Stranamente la sala della Terra Santa era quella che mi interessava meno...

Poi Ferrara, con il primo servizio da ragazzo liceale in parrocchia. Dove ho poi vestito l’abito francescano.

L’ingresso nell’Ordine. Il desiderio di semplicità ha trovato poi espressione concreta nella scelta religiosa e francescana, che consideravo naturale.

Sono stati molto pazienti con me i formatori e i superiori del tempo, e li ringrazio per la loro pazienza e, quando necessaria, anche per la loro severità.

La partenza per la Terra Santa fu un’altra lezione importante. Il “Si” al Signore passa attraverso sì molto concreti e umani e non è un sentimento astratto e vago. La partenza per obbedienza per Gerusalemme mi ha insegnato a fare la sintesi vitale tra le intuizioni interiori e la vita reale. Una lezione che ho poi maturato sempre più negli anni a seguire.

L’arrivo in Terra Santa e l’esperienza in Custodia di Terra Santa la posso sintetizzare nell’amore alla Parola, per gli anni trascorsi presso lo Studium Biblicum e l’Università ebraica. E poi nell’accogliere la complessità della realtà come forma di vita. La complessità propria della Custodia, con provenienze da tutto il mondo e complicata al suo interno, segno di una complessità più grande e di cui Gerusalemme è il simbolo: nelle relazioni tra le Chiese, tra le fedi monoteiste, nella vexata questione politica e sociale, e così via. Accogliere tutto questo, non necessariamente condividendo tutto, e intercedere pazientemente guardando alle cose di lassù e non solamente a quelle di questa Terra (Col. 3,1).

Per tutti quei volti e quei nomi (e che non posso certamente nominare tutti) attraverso i quali è passata tanta Grazia, va il mio ringraziamento.

E ora il Patriarcato Latino e più in generale, tutta la Chiesa di Terra Santa, alla quale consegno la mia vita e quello che sono in maniera nuova e completa.

Ringrazio tanti di voi qui presenti. La vostra spontanea e desiderata presenza mi incoraggia nel ministero che mi accingo ad iniziare. Ringrazio in particolare il Patriarca Fouad Twal e i Vescovi Ausiliari quasi tutti qui presenti.

Una parola speciale, semplice e breve, ai sacerdoti del Patriarcato qui presenti (* il nuovo Amministratore Apostolico si rivolge loro in arabo).

Vengo al presente e all’oggi. A questa cerimonia che cambia ancora una volta la vita e il mio servizio alla Chiesa di Cristo, e a quanti mi hanno condotto fin qui.

Il Santo Padre Francesco per la fiducia che mi ha dimostrato con questo nuovo ministero e per l’amicizia.

Il Cardinal Sandri, non solo per avere accettato di venire fin quassù per consacrarmi, ma anche per il suo servizio e presenza alle Chiese Orientali, insieme alla CCO qui molto ben rappresentata e a tutti i vescovi qui presenti che, attraverso la preghiera e imposizione delle mani, mi hanno introdotto nell’episcopato. Ringrazio in particolare i nunzi mons. Lazzarotto e mons. Ortega, mons. Franco.

Un ringraziamento a mons. Francesco Beschi e, nella sua persona, a tutta l’amata Chiesa di Bergamo, che ci ha accolto qui con gioia dando piena disponibilità per questa cerimonia, bella ma certamente non semplice da preparare e gestire. Davvero grazie, Eccellenza. In un certo senso oggi la Chiesa di Bergamo che mi ha generato alla fede, mi consegna alla Chiesa di Gerusalemme, dove svolgerò il mio nuovo ministero.

I vescovi orientali AOCTS presenti: Mons. Hage e Mons. Bakaouni.

(*si rivolge loro in inglese)

Thank you. I assure my full cooperation and that of the Latin Patriarchate for the grow of communion in the pastoral service of our respective communities and also in the Assembly, for the benefit of our Church in Holy Land.

Il Ministro Generale dei Frati Minori, che mi onora con la sua presenza, sapendo quanto sia impegnato in viaggi in tutto il mondo, e i tanti confratelli presenti da tutta Italia, in particolare dalla mia antica/nuova provincia di appartenenza.

Il Custode di Terra Santa, al quale faccio tanti auguri e preghiere per il suo servizio appena iniziato e la cui complessità conosco molto bene. Nella sua persona saluto i confratelli della Custodia, pensando soprattutto a quanti da anni sono in territorio di guerra, dando esemplare testimonianza.

Suor Maria Chiara, Suor Ines Yaakoub generale delle suore del Rosario, con le quali collaboriamo nel servizio alla nostra Chiesa, Suor Paola e le sorelle presenti.

Mons. Nektarios, rappresentante del Patriarca Greco di Gerusalemme, che ringrazio per questo squisito gesto di vicinanza, che certamente confermerò e mi impegno a custodire gelosamente.

I fratelli e amici ebrei e musulmani che in questi giorni hanno espresso la loro gioia e amicizia, assicurando la loro preghiera e collaborazione per questo nuovo ministero.

I cavalieri del Santo Sepolcro, con il Governatore Generale e le diverse delegazioni presenti. Assicuro la nostra totale disponibilità alla collaborazione, in piena e sincera fiducia.

I rappresentanti delle autorità civili di Giordania, Palestina, Cipro e anche di Israele che si scusano per l’assenza a causa dello Shabbat. Le autorità civili e militari della Provincia e del comune di Bergamo che ringrazio, scusandomi del disagio che forse ho creato. Al sindaco e ai colognesi tutti sarò lieto di esprimere i miei sentimenti domani, ma già da ora e qui: grazie. Mi avete commosso.

E tutti voi amici, presenti e assenti, vicini e lontani. So quanti di voi state pregando e sento la forza della vostra preghiera e amicizia, che sono stati il conforto più grande in questo tempo.

Ora uno sguardo in avanti, brevissimo, anche per non tediarvi troppo.

La consapevolezza della grazia non esonera, però, ma spinge all’impegno affinché abbiamo quanto basta per lavorare nel campo di Dio che è la Chiesa.

Qui dico con fiducia e convinzione il mio voler essere per tutti! Se ciò che sono è da tanti non posso che vivere per tanti!

Per quanti mi sono affidati, innanzitutto,

per quanti condividono l’amore e la sollecitudine per il Medio Oriente

per ebrei e musulmani

per i più poveri

per la Chiesa intera cui il mio ministero mi consegna in modo speciale.

Nello stemma che ho scelto ho voluto mettere solo due cose: Gerusalemme e la Parola. Dalla Parola desidero iniziare e fondare il ministero che mi è stato assegnato perché poco alla volti ci plasmi, come ha fatto dall’inizio per generazioni di credenti, e illumini le nostre scelte, le nostre relazioni e le nostre città dove è calata la vita di noi tutti, soprattutto su Gerusalemme, che ci richiama tutti.

E Gerusalemme. Chiedo, insieme a tanti, pace per Gerusalemme ma soprattutto la pace di Gerusalemme, che è la pace offerta nel cenacolo della Cena e di Pentecoste: pace che non è soppressione delle differenze, annullamento delle distanze, ma nemmeno tregua o patto di non belligeranza, garantito da accordi o separazioni. Chiedo una pace che sia accoglienza cordiale e sincera dell’altro, volontà tenace di ascolto e di dialogo, strade aperte su cui la paura e il sospetto cedano il passo alla conoscenza, all’incontro e alla fiducia, dove le differenze siano opportunità di compagnia e non pretesto per il rifiuto reciproco. Mi impegnerò perché, anche grazie al mio servizio in quella terra, sorga per tutta la chiesa e sugli uomini di quella terra, la pace di Gerusalemme!»


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