«Perdurante pericolosità del Bocia» Spiegata  la decisione della sorveglianza
Il Bocia, al centro, durante la presentazione allo stadio dell’Atalanta in vista della stagione 2015/16

«Perdurante pericolosità del Bocia»
Spiegata la decisione della sorveglianza

«Questo qua ha fatto la cazzata più grande». Sabato 5 settembre 2015, questura di Bergamo. «Questo qua» sarebbe il dirigente della Digos, Giovanni Di Biase, così apostrofato da Claudio «Bocia» Galimberti, appena entrato a passo marziale e sguardo torvo nella sede della polizia, alla testa di 150 supporter rimasti sulla soglia ad agitare torce fumogene.

Il Bocia in questura doveva solo firmare, come persona sottoposta a Daspo (Divieto di assistere a manifestazioni sportive) dato che quella sera l’Atalanta disputava una partita per il trofeo Bortolotti. Invece si trattenne in via Noli per il tempo di un dialogo (ma fu più un monologo) con il dirigente della Digos, il cui testo, ora, è parte dei retroscena contenuti nel provvedimento di sorveglianza speciale inflitto sabato scorso al capo ultrà.

«Era inviperito, il Bocia, per l’ennesimo Daspo (il sesto in carriera) rimediato per essersi presentato al Comunale con in mano una testa di porchetta, al grido: «Datela alla questura». Riteneva il provvedimento dell’autorità particolarmente ingiusto: «Diciannove anni che sono fuori - si doleva Galimberti, come si legge negli atti - amo l’Atalanta e tu una cosa così (il Daspo, ndr) non puoi farla». Fu un crescendo: «Guarda - disse Galimberti a Di Biase - io ti dico una cosa, vado in carcere ma ti faccio una testa così. Mi aspettano tutti in Curva, dopo 19 anni, come l’oracolo», fu la chiosa del Bocia, prima del finale: «Io non vedo l’ora e tu mi dai 5 anni. Io ti ammazzo!» e «avrei voglia di darti una testata». Più che un reale proposito, si rivelò una colorita espressione di disappunto da parte del capo ultrà in astinenza da tifo. Gli valse comunque una denuncia per minacce, che ha pesato nella decisione dei giudici di sottoporre il leader della Nord alla sorveglianza speciale, misura di prevenzione che lo obbliga a stare in casa dalle 22 alle 6 per un anno e mezzo di fila.

I giudici, nel provvedimento, hanno parlato di «perdurante pericolosità»


Leggi di più su L’Eco di Bergamo in edicola martedì 16 febbraio 2016

© RIPRODUZIONE RISERVATA