Quel 16 marzo di sangue di 40 anni fa  Aldo Moro rapito, l’angoscia di Bergamo

Quel 16 marzo di sangue di 40 anni fa
Aldo Moro rapito, l’angoscia di Bergamo

Il ricordo Clima cupo tra i partiti e i sindacati. Quel televisore portato in Piazza Vecchia dal segretario del Pci «Non si capiva più nulla. Si temeva una guerra civile». Il leader Dc e il discorso sul governo a deputati e senatori.

A casa bambini, hanno rapito Aldo Moro». La voce della maestra Cristiana si era fatta improvvisamente severa, quasi dura, mentre le porte dell’ elementare «Papa Giovanni XXIII» del Monterosso si aprivano con mezzora di anticipo rispetto alla campanella del pranzo. Nel pomeriggio nessuno sarebbe tornato alle 14 a scuola. In «Marrakech Express», cult movie di Gabriele Salvatores, uno dei protagonisti dice che la sua generazione sarebbe stata l’ultima ad avere i ricordi in bianco e nero. Come le immagini di quei telegiornali in edizione straordinaria che continuavano a parlare di Aldo Moro e una strada che sarebbe entrata nel lessico quotidiano degli italiani: via Fani.

La scorta uccisa, il presidente della Dc rapito, le Brigate Rosse, un’operazione militare, il governo, l’ unità nazionale, il Pci, i terroristi: e una coltre di paura, la faccia cupa di mamma e papà davanti alla tv, i discorsi fatti a mezza voce. Cose da grandi in un giovedì 16 marzo di 40 anni fa, quando l’ Italia tutta capì che nulla sarebbe più stato come prima. E il sangue di via Fani (Mario, uno dei fondatori di quella che sarebbe diventata poi l’Azione Cattolica: sembra quasi un beffardo scherzo del destino) era quello di un intero Paese, quasi ferito a morte.

Le firme raccolte sulla relazione «Ero alla Camera» racconta Gilberto Bonalumi, all’epoca tra i più giovani parlamentari della Dc: «C’era il varo del Governo e mi venne subito in mente quando, mesi prima, deputati e senatori Dc si riunirono per sentire le ragioni di Moro sul governo di unità nazionale». Fu un vecchio deputato moroteo bresciano, Franco Salvi, ad invitarmi a raccogliere le firme su quella relazione, mi pare che furono 286». Alla fine non ci fu votazione né nessuno la chiese: «Zaccagnini considerò il documento già votato perché erano state raccolte le firme, ma cosa sarebbe successo se fosse finito ai voti? I dubbi mi restano perché qualche mugugno c’era». E in quella mattina di piombo, a Montecitorio «mi venne in mente subito: quella relazione fu un passaggio decisivo anche nel determinare il dramma». A Bergamo, intanto, scattavano ovunque «mobilitazioni e scioperi con assemblee» ricorda Giulio Mauri, allora nell’ Ufficio studi del Sindacato unitario metalmeccanici. «Guidai un’assemblea in cortile, alla Magrini: la preoccupazione del sindacato nei confronti del terrorismo era alta: siamo stati un argine alla sua espansione nelle fabbriche».


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