Ricciardi: «Omicron ha spiazzato l’Italia a colori. Avanti con l’obbligo vaccinale sul lavoro»

L’intervista Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, sottolinea la necessità di non abbassare la guardia «Bisogna accelerare la campagna, estendere l’obbligatorietà per le fasce a rischio e ripristinare il tracciamento»

Ricciardi: «Omicron ha spiazzato l’Italia a colori. Avanti con l’obbligo vaccinale sul lavoro»
Walter Ricciardi

L’Italia a colori, quella delle zone bianche, arancioni e rosse, è rimasta spiazzata da Omicron. Una variante talmente contagiosa e rapida da uniformare gli effetti della pandemia a livello nazionale, rendendo in qualche misura meno stringente la necessità di provvedimenti a livello di singoli territori. Per Walter Ricciardi, già presidente dell’Istituto superiore di Sanità e attuale consulente del ministro della Salute Roberto Speranza, il punto però non è tanto l’abolizione o meno delle fasce cromatiche; a prescindere dalle decisioni operative che spettano alla politica, il nocciolo resta quello di non abbassare la guardia, mantenendo fermi almeno tre paletti: la campagna vaccinale, l’obbligo di immunizzarsi per alcune fasce e un tracciamento efficace.

Professore Ricciardi la sovrapposizione di Delta e Omicron ci ha portato oltre i 200 mila contagi: siamo al picco o andremo oltre?

«È sempre molto difficile fare certe affermazioni, dovremmo però essere vicini alla fase di acme di questa ondata pandemica».

Quali sono le variabili in gioco?
«C’è ancora una percentuale non trascurabile anche se fortunatamente decrescente di persone non vaccinate: stiamo parlando di milioni di soggetti non immunizzati ai quali se ne aggiungono molti altri che devono completare il ciclo con la terza dose. Questo ci espone a un certo rischio».

Senza contare l’incognita dei contagi a scuola: quanto incideranno?

«Anche qui il tema è che molti, soprattutto tra i bambini più piccoli, non sono ancora vaccinati e questo ha evidentemente dei riflessi nella trasmissione del virus oltre l’ambiente scolastico».

Lei aveva espresso qualche perplessità sulla riapertura degli istituti dopo Natale: sarebbe stato effettivamente meglio aspettare qualche settimana?

«Le perplessità non erano sulla riapertura o meno, ma sulle modalità. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che a scuola ci si debba andare in presenza e che questi luoghi rappresentino gli ultimi presidi da chiudere, però con la dovuta attenzione. Il fatto, ad esempio, che a distanza di due anni, gli istituti italiani non siano tutti dotati nelle aule di sistemi di rilevazione dell’anidride carbonica per il ricambio dell’aria rappresenta certamente un elemento di debolezza; così come lo sono i sistemi di testing e di tracciamento che in questo momento sono saltati pur restando fondamentali».

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