Tubercolosi, 90 casi l’anno «Ma non c’è rischio contagio»

Tubercolosi, 90 casi l’anno
«Ma non c’è rischio contagio»

Dopo l’allarme in Veneto l’Ats: media stabile nell’ultimo quinquennio. Straniero il 70% dei malati: incidono le condizioni di disagio e malnutrizione

Dopo i recenti casi in Veneto, con l’allarme per i contagi da tubercolosi a Treviso e a Motta di Livenza, a cui è seguito il caso di contagio in Liguria, tornano a riaccendersi i riflettori sulla tubercolosi, una malattia che in Italia e nei Paesi occidentali sembrava ormai scomparsa. Ma gli esperti avvertono: non è affatto il caso di pensare a una pandemia, perché questa patologia delle vie respiratorie, che può avere esiti anche gravissimi, in realtà è a bassa incidenza in Italia e sembrerebbe addirittura in calo.

La conferma arriva anche dall’Ats di Bergamo, che sottolinea che l’incidenza della malattia tubercolare nella Bergamasca rispecchia l’andamento regionale e nazionale e in generale quello dei Paesi considerati dall’Organizzazione mondiale della sanità a bassa endemia di tubercolosi con meno di 10 casi su 100.000 abitanti.

«Nel territorio dell’Ats, Agenzia per la tutela della salute di Bergamo – sottolinea Livia Trezzi, responsabile dell’Unità di Prevenzione e Sorveglianza malattie infettive, Dipartimento di Igiene e Prevenzione Sanitaria Ats Bergamo – negli ultimi cinque anni i casi di malattia confermati si aggirano attorno a una media di circa 110 casi all’anno». Per la precisione, nel 2018 i casi di tubercolosi che sono stati registrati e segnalati, come da norme in vigore, sono stati 90. «La maggioranza, ovvero circa il 70%, si concentra nelle persone straniere provenienti da Paesi dove la malattia è molto diffusa», specifica Livia Trezzi. Questo non significa, va rimarcato, come si evidenzia da parte di tutti gli esperti in malattie infettive e nelle scienze epidemiologiche, che siano gli stranieri i «veicoli» dei contagi: anzi, proprio perché vengono da Paesi ad alta endemia di questa malattia (mentre nei Paesi occidentali la stragrande maggioranza della popolazione è protetta), possono vedere sviluppare su di loro la malattia per le frequenti condizioni di disagio in cui di frequente si trovano a vivere nei Paesi d’arrivo. Infatti, la forma di tubercolosi contagiosa è quella che si localizza a livello polmonare e la probabilità di trasmissione da persona a un’altra dipende da diversi fattori, tra cui il grado di contagiosità della persona affetta e dalla durata dell’esposizione: più di quattro ore al giorno per diversi giorni consecutivi. La tubercolosi è una malattia multifattoriale: non è sufficiente la presenza del microbatterio per avere la malattia. Anzi nella maggior parte dei casi quando una persona si infetta non è malata e non è nemmeno contagiosa. Devono concorrere altri fattori perché l’infezione si converta a malattia quali: vivere in condizioni di povertà, la malnutrizione, ambienti di vita malsani e con scarsa igiene, presenza di malattie che possono compromettere il sistema immunitario.

«La segnalazione – rassicura il direttore sanitario di Ats, Agenzia per la tutela della Salute di Bergamo, Carlo Alberto Tersalvi – anche in caso di sospetta malattia fatta al Dipartimento di Igiene e Prevenzione Sanitaria dell’Ats rappresenta una misura di controllo molto importante in quanto vengono messi in atto in tempi rapidi azioni per la ricerca e il controllo dei contatti. Situazioni come quella verificatasi a Treviso sono da considerarsi possibili, ma fortunatamente non frequenti. Un’adeguata collaborazione tra le diverse figure sanitarie del territorio ed ospedaliere rappresentano una garanzia di efficacia nel controllo della tubercolosi».


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