Zucchi Ats: «I dati sono molto bassi La Bergamasca non è da zona rossa»

Zucchi Ats: «I dati sono molto bassi
La Bergamasca non è da zona rossa»

Direttore del Servizio epidemiologico di Ats Bergamo: favorevole alla deroga, che non significa liberi tutti

Pur con tutte le premesse doverose ripetute ad oltranza – «Se si abbassa la guardia ricaschiamo nel caos, guai a mollare proprio adesso» –, il direttore del Servizio epidemiologico di Ats Bergamo, Alberto Zucchi, è decisamente ottimista. Tanto da spingersi più in là del solito: «A Bergamo è più alto il rischio di patire le conseguenze della zona rossa che quello epidemiologico. Ecco perché sono d’accordo alla deroga per la nostra provincia. Anzi. Dirò di più: abbiamo un livello talmente contenuto di diffusione del virus che la Bergamasca dovrebbe essere lasciata libera di vaccinare in via prioritaria anche le categorie produttive, oltre alla fasce stabilite a livello nazionale. È una priorità proteggere anche l’economia, oltre che la salute, qui dove i contagi ormai sono davvero bassi».

Un passo indietro, a partire dai dati. Fino a settimana scorsa raccontavamo del rimbalzo dei casi, e della curva che per due settimane consecutive dopo Natale è tornata a salire.

«Sì, in effetti è salita, dopo che da metà novembre aveva imboccato ininterrottamente una strada in discesa. Ma si è trattato di un rimbalzo molto contenuto, che crediamo sia dovuto principalmente all’allentamento delle misure nel periodo festivo. Un allentamento evidentemente soft, visto che - appunto - il rimbalzo dei casi è stato comunque modesto, soprattutto se considerato in rapporto ad altre province. In ogni caso negli ultimi sette giorni siamo tornati a scendere.

E adesso, chiuse le feste, siamo in zona rossa. Si aspetta che il trend in discesa continui?

«Diciamo che è quello che auspichiamo. Anche se c’è da dire una cosa importante: su una provincia con un livello di contagio così basso – nell’ultima settimana l’incidenza media è stata pari a 0,5 casi ogni mille abitanti – non ci si può aspettare una discesa veloce, brusca. Semmai una discesa lenta e costante. Al netto di qualche rimbalzo giornaliero, che ormai sappiamo essere dovuti spesso a fattori legati al lavoro dei laboratori».

Al netto anche dei focolai: nei report settimanali di Ats se ne individuano sempre parecchi...

«Da circa un mese ormai la questione spinosa è rappresentata effettivamente dai focolai familiari. Rimane comunque il tema degli Ambiti sotto pressione, in particolare quello della Bassa. Il cappello è sempre quello: anche quando parliamo di focolai e aree critiche, parliamo sempre e comunque di numeri molto bassi».

Veniamo alla deroga alla zona rossa chiesta da Gori e Gafforelli. Che ne dice il direttore di Epidemiologia di Ats Bergamo?

«Dico che sono d’accordo. Dobbiamo allentare la morsa sulla popolazione bergamasca. Qui il rischio epidemiologico è decisamente più basso di altri rischi: penso all’aumento dei disagi mentali, alla disoccupazione, e tutti gli effetti collaterali della crisi sanitaria e della zona rossa. Naturalmente, non è che la deroga significhi un liberi tutti. Se venisse concessa, dovremmo monitorare i numeri con estrema attenzione e non appena capita di avere per un paio di giorni una crescita dei contagi, si ritorna in zona rossa immediatamente. Noi al Ministero abbiamo proposto una serie di azioni che aiuterebbero Bergamo in questa fase, allentando le misure di contenimento».

Azioni che includono la libertà, per la nostra provincia, di scegliere chi vaccinare per primo. Ci spiega?

«Nella lettera che abbiamo spedito settimana scorsa al Ministero abbiamo proposto di lasciare la nostra provincia - che ha un rischio epidemiologico bassissimo - libera di scegliere le categorie a cui somministrare, per prime, il vaccino. Mi spiego meglio. Continueremmo ovviamente a rispettare le fasce prioritarie individuate a livello centrale, come gli anziani, ma parallelamente inizieremmo a vaccinare anche le categorie produttive, in modo da mettere al sicuro il settore e farlo ripartire. È ovviamente una scelta politica quella che va fatta, e lo comprendiamo bene. Ma noi epidemiologi abbiamo fornito le nostre osservazioni, con tanto di dati a supporto».


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