Martedì 23 Novembre 2010

Scoperta alla chiesa di S. Nicolò
Affresco del «maestro della Basilica»

Continua a sorprendere la trecentesca Chiesa di San Nicolò, annessa al Monastero dei Celestini in Borgo Santa Caterina. Dal 2004 al 2008 il tetto e l'apparato decorativo interno (la volta e una parete affrescate, stucchi e fregi) sono stati restaurati da Carla e Katia Grassi in collaborazione con Giuseppe Napoleone della Soprintendenza per i beni architettonici e il paesaggio di Milano. Tra ottobre e maggio anche la pala d'altare a olio su tela «Madonna in gloria con il Bambino e Santi» è stata oggetto di restauro conservativo, affidato da Laboratorio Art Point a Studio Grassi (restauro pittorico) e a Francesco e Leone Algisi (restauro ligneo), in collaborazione con Amalia Pacia della Soprintendenza per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico di Milano.

Questo intervento ha permesso di riscoprire sulla parete sottostante un affresco del '300, noto, ma dimenticato e bisognoso di restauro. Così lo descrive l'ingegnere Luigi Angelini, che diresse i lavori di recupero del monastero negli anni '30: «Sul centro dell'abside un affresco nascosto ora dalla pala di fondo e rappresentante la Crocifissione (a cui è stato levato il tratto d'intonaco corrispondente alla testa del Cristo) e a fianco San Giovanni e la Madonna, opera questa di mediocre pittura».

«L'affresco è una bella scoperta – spiega il medievista Giovanni Valagussa, conservatore dell'Accademia Carrara –. Non è “pittura mediocre”, bensì sicuramente interessante, anche se molto rovinata in tutta la parte alta. E non ce n'è traccia nel volume de “I Pittori Bergamaschi” dedicato alle Origini e curato da Boskovits nel 1992. Sono sicuro sia opera del Maestro dell'Albero della Vita (che prende nome dall'affresco nella Basilica di Santa Maria Maggiore), particolarmente importante in quanto conferma il suo ruolo di protagonista assoluto sulla scena bergamasca nella prima metà del '300. Questa Crocifissione è confrontabile, non solo per ragioni tipologiche, ma proprio per identità di mano, con l'analoga scena affrescata nella sala capitolare del Convento di San Francesco (ora sala conferenze del Museo Storico) e con i poco noti frammenti nell'abside della chiesa di Sant'Agostino, che hanno la stessa impostazione alta e stretta tra due finestre. È quindi databile intorno al 1340 e apre a riflessioni da sviluppare sul percorso di questo ignoto Maestro. L'opera meriterebbe uno studio approfondito e soprattutto un intervento di restauro».

Per saperne di più leggi L'Eco di Bergamo del 23 novembre

fa.tinaglia

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