Sabato 19 Marzo 2011

«La macchina del capo»
Paolini al Creberg Teatro

Il 1° aprile, alle 21, Jolefilm presenta al Creberg Teatro di Bergamo, Marco Paolini in La macchina del capo», interpretazione e regia di Marco Paolini, testi di Marco Paolini, Michela Signori, musiche originali composte ed eseguite da Lorenzo Monguzzi.

«La macchina del capo» prende vita dagli Album, i racconti teatrali costruiti lungo un arco temporale che va dal 1964 al 1984, nei quali lo stesso gruppo di personaggi cresce passando da uno spettacolo all'altro, in una sorta di romanzo popolare di iniziazione. Non è un diario, non è un pezzo nostalgico, e nemmeno una memoria d'altri tempi. È un lavoro sull'infanzia e sulla primissima adolescenza, tra la famiglia, la colonia e le avventure nel campetto di pallone. È un viaggio che parte dalla casa, micro-universo dal quale osservare il mondo, per avanzare alla scoperta del macro-mondo (del mare, dei compagni di giochi, del sesso visto con gli occhi di un bambino). È il ritratto di un'Italia di periferia, vista su scala ridotta, tra la Pedemontana e il mare. È un lavoro sul desiderio e sulla scoperta, vicino alle atmosfere di Monicelli. I ragazzi protagonisti del racconto sono quasi gli “Amici miei”, ma ragazzini. E le zingarate sono forse più innocenti, ma lo spettacolo si permette di giocarci con altrettanta ironia.

«Ho preso le storie più vecchie che ho raccontato - dice Paolini - . Le ho prese da Adriatico, Tiri in porta, Liberi Tutti, che sono i primi Album, quelli su cui ho imparato questo mestiere che viene dal teatro (ma non è quello dell'attore, così come lo intendiamo di solito), il mestiere di raccontare storie. Negli Album ho imparato a dosare i personaggi e a mescolarli con il filo della storia, a interpretare e narrare insieme. Ho ricombinato le storie vecchie con episodi nuovi che ho cominciato a scrivere nel 2008. Lorenzo Monguzzi (dei Mercanti di Liquore) mi accompagna in questo esercizio. Narro di infanzia non protetta da cordoni sanitari di adulti, di primo giorno di scuola, di campetti di periferia, di viaggi in treno e di vacanze avventurose. Narro di un bambino di dieci anni e della sua fretta di crescere, narro non per nostalgia, ma per divertimento e anche perché a volte sembra che da allora sian passati secoli. Questo è l'unico impegno che stavolta ho preso con il pubblico. Se c'è dell'altro nello spettacolo, non ce l'ho messo io».

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a.ceresoli

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