Arpioni, nuovo disco premonitore: «Non vorrei fare la guerra»

L’intervista Kino Ferri, cantante della band bergamasca, presenta l’album «Les Jeux Sont Faits» in uscita il prossimo 18 marzo, ma scritto in buona parte prima del 2020: «Stremati dalla pandemia, non potevamo immaginare un tale conflitto».

Arpioni, nuovo disco premonitore: «Non vorrei fare la guerra»
Gli Arpioni

Tanti anni alle spalle, tutti in levare, i bergamaschi Arpioni tornano con un disco nuovo di zecca, fuori il 18 marzo, e con la prospettiva di ripartire con i concerti. Certo il momento non è facile, ma Kino Ferri, Franco Scarpellini e gli altri hanno reagito allo sconforto per non finire annichiliti dalle terribili notizie che ci arrivano dopo ben due anni di pandemia. «In generale, con intensità differente, abbiamo sempre avuto attenzione ai fatti intorno, e onestamente in trent’anni ci è capitato di tutto», spiega Kino. «Se dovessi andare all’indietro potrei ricordare tante guerre, Iraq, Afghanistan, Belgrado. Ogni volta che succedevano cose analoghe a quel che sta accadendo ci siamo sempre schierati contro. Non ce ne sono di giuste o sbagliate, siamo contro tutte le guerre. Ogni volta ci siamo trovati nella situazione di vivere un senso d’impotenza».

«Traduciamo un sentimento in musica, nelle parole che si dicono, nelle situazione laddove ci capita di agire»

I musicisti che ruolo possono avere in una situazione come questa?

«L’artista legge la situazione, mette a disposizione di sé stesso e di chi lo segue una visione. Noi proviamo a tradurre la realtà in qualche cosa che può anche essere consolatorio. Traduciamo un sentimento in musica, nelle parole che si dicono, nelle situazione laddove ci capita di agire. Veniamo fuori da una pandemia che ci ha stremati nella migliore delle ipotesi, anche distrutti. Abbiamo perso cari, abbiamo visto amici soffrire. Paura, frustrazione ci hanno accompagnato per mesi. Come gruppo abbiamo reagito come potevamo: suonando, scrivendo, preparando l’album che ci eravamo prefissati di registrare con il concorso di tanti fan che hanno aderito alla campagna di sostegno».

L’album s’intitola «Les Jeux Sont Faits». In buona misura è stato scritto prima del 2020. Nonostante questo, ha un titolo che suona come una premonizione: «Non vorrei fare la guerra», racconto di verità distorte, di memorie corte, di gente in malafede. Un pezzo di piena attualità.

«Chi ci conosce e ci segue lo sa, siamo un collettivo musicale. Nelle canzoni mettiamo le nostre storie, i nostri percorsi, le suggestioni che raccogliamo in giro. Nessuno però s’immaginava una guerra di queste dimensioni, con i carrarmati, i bombardamenti. La canzone l’ha scritta Franco, io ho aggiunto e tolto, come si fa quando si lavora in gruppo. È una visione sulla guerra in generale, sulle verità che vengono nascoste per giustificare atti di violenza. Noi non siamo geopolitici, politici, esperti di questo o di quell’altro, però abbiamo sempre vissuto le guerre per suggestioni, seppur da lontano. La verità è che le guerre mettono sempre di fronte a un’enormità di dubbi, d’insicurezze interpretative, lasciando sullo sfondo il dramma umano. Nella canzone “Non vorrei fare la guerra” c’è un invito a guadagnare delle consapevolezze. Anche per comprendere meglio la natura umana, ancor prima che politica».

«Nella canzone “Non vorrei fare la guerra” c’è un invito a guadagnare delle consapevolezze. Anche per comprendere meglio la natura umana, ancor prima che politica»

Il disco, registrato negli studi «Musica per il cervello» di Ricky Anelli e Matano, è il manifesto di quello che siete stati: un gruppo storico dello ska italiano e internazionale. Nei solchi de «I giochi son fatti, non si può fare altro», al di là del fatalismo che evoca, si mescolano un sacco di linguaggi a cominciare dalla canzone che dà il titolo, dove cantate in francese, spagnolo, italiano, bergamasco. Musicalmente si spazia dallo ska ai ritmi latini, dal rebetiko greco alla canzone d’autore popolare, nello stile milanese degli anni Sessanta. Emblematico il pezzo «Nancy» dove suona l’amico Elio Biffi dei Pinguini.

«Mancavamo da tempo con una produzione vera e propria, se escludiamo le partecipazioni ad alcune compilation. Avevamo voglia di incidere un disco per fare il punto di dove ci piaceva andare. Per certi aspetti direi che siamo sempre nello stesso posto, e questo potrebbe sembrare negativo. In realtà tenere la posizione è un gesto di coerenza. Quella posizione è un punto di riferimento che amiamo ed è condiviso dalla nostra gente, da quelli che ci seguono da anni e ci hanno aiutato a realizzare il disco. Siamo datati: penso a Franco, a me, per arrivare a Puccio, tre generazioni in un gruppo. Ma c’è una quarta generazione, il cosiddetto featuring. Elio Biffi dei Pinguini tattici, ma anche altri musicisti della Banda Bassotti, del Muro del canto. Sono strade che s’incrociano e fanno parte di un percorso coerente».

«Avevamo voglia di incidere un disco per fare il punto di dove ci piaceva andare. Per certi aspetti direi che siamo sempre nello stesso posto, e questo potrebbe sembrare negativo. In realtà tenere la posizione è un gesto di coerenza»

«Avevamo una ventina di canzoni più o meno pronte - prosegue - volevamo farle sentire. Eravamo nel bel mezzo di una pandemia e abbiamo deciso di non piangerci addosso. Ci siamo messi al lavoro per continuare a fare quello che ci piace: suonare, fare dischi, conoscere artisti di ogni tipo. La cifra Arpioni è stata sempre quella di non essere rigorosamente ska. Noi partiamo da lì, da quello stile, però ascoltiamo anche dell’altro. Abbiamo fatto due tour in Grecia tra il 2007 e il 2008. Ci siamo portati a casa le suggestioni del rebetiko. Abbiamo conosciuto Tonino Carotone e lui ha avuto un ruolo nelle nostre vite, così come Stefano Rosso, o il cubano Laurel Aitken, uno dei padri riconosciuti dello ska».

© RIPRODUZIONE RISERVATA