Mercoledì 06 Novembre 2013

Il tesoro del Duomo milanese

La firma di Blumer sul restauro

Franco Blumer

«Ho finito di lavorare all’allestimento a mezzanotte di domenica, dopo un restauro durato oltre due anni». Così l’orafo bergamasco Franco Blumer, racconta della sua ultima impresa: il restauro dell’intero Tesoro del Duomo di Milano, aperto al pubblico da giovedì 7 novembre. Un lavoro impegnativo e delicatissimo, su opere molto preziose che vanno dall’VIII secolo al XIX. Il Tesoro sarà messo in mostra nel nuovo Museo del Duomo: duemila metri quadrati di spazio espositivo, 27 sale, 13 aree tematiche.

Non che Franco Blumer possa essere spaventato da una simile responsabilità: solo l’anno scorso ha curato il restauro conservativo e la ridoratura della celebre statua della Madonnina, sulla guglia centrale del Duomo. «Tutti gli oggetti del Tesoro, che prima erano esposti nella cripta del Duomo, sono stati restaurati da me. Si tratta di opere molto diverse tra di loro, dagli avori, alle grandi croci preziose, ai metalli». Franco Blumer, 52 anni, ha bottega in Città Alta, ma negli ultimi anni si è trasferito «part-time» in un laboratorio allestito all’interno della Veneranda fabbrica del Duomo: «Pensare di spostare oggetti così antichi, fragili e preziosi era impossibile».

Una lunga vetrina del museo è dedicata agli ostensori e ai calici, in oro, argento e bronzo. Un’altra sala è riservata agli avori intagliati: «Ci sono due dittici del nono e decimo secolo, uno greco e uno latino, che venivano utilizzati come doni preziosi; sul fronte sono incise scene bibliche, mentre il retro era ricoperto di cera sulla quale venivano scritte le dediche».

Per riportare allo splendore opere antiche l’orafo di Bergamo ha utilizzato sia strumenti tradizionali, come stecchetti in legno e acciaio, pinze e batuffoli, sia moderni: «Uso molto il laser per la pulitura, specie dei metalli, produco da me le soluzioni chimiche che mi servono e la maggior parte dei lavori li faccio al microscopio. L’ingrediente più importante, però, è la pazienza».

Tra i lavori più delicati, il restauro della Pace di Pio IV, una piccola edicola di oro e lapislazzuli che veniva fatta baciare agli imperatori: «Ho dovuto smontarla completamente, trovandomi con parti fragilissime, piccole viti, frammenti in ebano da sistemare o sostituire. È un lavoro molto gratificante, a contatto con oggetti straordinari». Tra le opere esposte anche alcune che avrebbero ancora bisogno di essere rimesse a nuovo: «Siamo in attesa di un finanziamento per restaurare la croce di Chiaravalle, una croce processionale di manifattura veneziana con figure a tutto tondo di argento dorato e una quantità di cammei. Bisognerebbe pulirla, smontarla e controllarne la struttura».

Non tutte le opere del Tesoro sono nate con scopi religiosi, è il caso del «Calice delle arti liberali», un contenitore di avorio e smalto, probabilmente un tempo fornito di coperchio, con incisa la rappresentazione delle sette arti: grammatica, retorica, dialettica, aritmetica, geometria, astronomia e musica e poi trasformato in un calice. «Suppongo appartenesse ad Azzone Visconti; dall’ombreggiatura all’interno ipotizzo che potesse servirsene per consumare infusi di erbe, un rimedio contro la gotta».

Un vero e proprio Tesoro di Aladino, dove ogni oggetto nasconde una storia affascinante: dalla Situla di Gotofredo, un secchiello liturgico dell’acqua santa, il più antico conosciuto, alle coperture di evangeliario in pietre preziose e malachite, al calice Airoldi, in corallo. Tutti pezzi unici straordinari, finalmente accessibili al pubblico

Marina Marzulli

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