Venerdì 04 Luglio 2014

Le bocche delle denunce scomparse

a Boccaleone e al vecchio ospedale

La lapide veneta nel palazzo Calepio di via Osmano, ora residenza del sindaco Gori

Diciamola tutta, stavolta Ribolla ha sbattuto contro il muro. Di casa Gori. Il leghista si rassegni. La bocca della denunce segrete di Palazzo Calepio è sempre stata lì, mai nessuno s’è sognato di spostarla. E’ sotto una delle finestre della facciata, in alto, ma un tempo era raggiungibile in quanto il livello del terreno era più elevato e arrivava proprio davanti alla feritoia.

C’è chi ha visto nella domanda del consigliere del Carroccio - che chiedeva lumi sulla “presunta sparizione della storica lapide” - un maldestro o malizioso tentativo di trasformare il cimelio in una pietra dello scandalo, sta di fatto che la querelle ha avuto vita breve. Troncata sul nascere. Una foto, due righe del primo cittadino e il giallo è stato smontato.

A Ribolla bisogna però riconoscere un merito. Quello di aver messo sotto i riflettori una delle tante testimonianze storiche, spesso dimenticate se non addirittura ignorate, che in Città Alta si trovano scolpite su ogni pietra, che i turisti della domenica calpestano a loro insaputa o nemmeno degnano di uno sguardo.

Ribolla sa bene che la “bocca” di Palazzo Calepio risale al periodo veneto e forse il suo Serenissimo furore l’ha spinto a capire che fine avesse fatto la lapide.

Se volesse andare a caccia di analoghe pietre, gli ricordiamo che di altre identiche lapidi sono sparite ogni traccia. Un tempo queste “gole profonde” furono collocate in diversi luoghi della città e ognuna pronta ad accogliere un particolare genere di delazione. Fu proprio Venezia a permettere questo “istituto” per la gioia di corvi e spioni, traditori e sicofanti, informatori e confidenti.

A Boccaleone (appunto da Bocca di leone) in via Gabriele Rosa vi era una di queste lapidi, mentre un’altra era collocata sul muro dell’antico ospedale San Marco (poi ospedale Maggiore) e recava incisa la scritta “Denonzie segrete in materia di biave e castagne”. Dove sono finite?

Per vedere una “bocca” perfettamente conservata (ma certamente non in uso) occorre andare a Clusone, dove a lato di un portone di ingresso al palazzo comunale si può notare ancora la lapide delle “Denonzie secrete in materia di sanità anno 1795”.

Le buche delle delazioni erano destinate a ricevere le denunce più svariate: contro “bestemmiatori e irriverenti contro la Chiesa”; contro usurai e “contrati usuratici”; contro “danneggiamenti dei boschi de la provincia”; contro “contrabandieri e trasgressori di pane e farine”.

Il delatore agiva furtivamente di notte, lontano da occhi indiscreti, si avvicinava alla bocca e lesto vi infilava il messaggio anonimo che equivaleva all’apertura di un processo e che si concludeva spesso con una condanna terribile.

Le pene dell’epoca – ha lasciato scritto Bortolo Belotti – passavano dalla bastonatura ai tratti di corda, dalla bollatura allo strangolamento, fino allo squartamento. E rileggendo i testi antichi c’è da rabbrividire nel sapere che quelle “cassette postali” traboccavano di messaggi.

Oggi quelle bocche non fanno paura. Ma rimangono. E con loro anche i delatori. Ma forse bisognerebbe chiederlo ai postini.

Emanuele Roncalli

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