L’incontro con Springsteen «Ci ha cambiato la vita»
Bruce Springsteen, al centro, tra Luca Lanfranchi, a sinistra, e Alberto Lanfranchi nel 1987

L’incontro con Springsteen
«Ci ha cambiato la vita»

Alberto Lanfranchi: «Era il 1987 quando Springsteen parlò a lungo con me e mio cugino. Oggi organizziamo eventi su di lui».

Tutto è nato molti anni fa, durante un viaggio in America all’indomani della Maturità. Alberto e Luca Lanfranchi vanno ad Asbury Park, sulle orme di Bruce e destino vuole che lo incontrino di persona.

Da allora è scoppiata una febbre che ha portato i due cugini bergamaschi a fondare dopo qualche decennio un gruppo di appassionati con lo scopo di approfondire e studiare il personaggio Springsteen e la sua opera. Da rodato incentive&events manager, Alberto ora si dedica anche alla sua passione di sempre e da tre anni organizza una manifestazione interamente dedicata al grande cantautore americano.

In Bergamasca c’era già il più importante fan club italiano del Boss, il «Rosalita» fondato e diretto da Vito Gianfrate. «Anche lui è stato coinvolto nella nostra iniziativa», spiega Lanfranchi, direttore artistico di «Noi&Springsteen - The ties that bind». «Tutto è partito dal quel 22 agosto 1987, quando io e mio cugino Luca siamo andati a visitare Asbury Park, al termine di una vacanza post diploma. La fortuna vuole che il pomeriggio di quel giorno, in una cittadina completamente diversa da come è oggi, andiamo allo Stone Pony, uno dei famosi locali in cui Bruce suonava da giovane. Due del pomeriggio, locale chiuso, c’è solo una porta aperta. Entriamo e chiediamo di fare due foto, lui è dentro. L’incontro è stato fulminante. Luca era fan dal tempo di «Nebraska»; per lui è stato il sogno della vita vederlo in carne ed ossa. Io ho imparato a conoscerlo da lì, anche se avevo sentito “The River” e mi era piaciuto “Born In Usa”. Allora non ero accanito come Luca».

Come reagì Springsteen?

«L’incontro non si limitò alle due foto: fu bellissimo. Bruce aveva già successo in giro per il mondo, ma viveva ancora lì ad Asbury Park. Faceva una vita normalissima: andava in giro a piedi, in moto con la sua Harley. Abbiamo fatto una chiacchierata, ci ha fatto mille domande. Ci ha chiesto se c’era piaciuto il concerto di San Siro che aveva fatto un paio d’anni prima, nel 1985. Ci raccontò del nuovo album che sarebbe uscito l’anno dopo, “Tunnel Of Love”. Mi ricordo che quando siamo tornati in Italia provammo a cercarlo al “Punto Disco” in Brianza, un negozio specializzato nell’importazione: manco sapevano che doveva uscire. Ne sapevamo più noi, Bruce ci aveva descritto qualche pezzo».

E poi come andò a finire?

«La sera Bruce ci aveva invitato al concerto, con lui suonava anche Levon Helm, Noi allora non sapevamo chi fosse. C’era però il problema che non avevano 21 anni e non potevamo entrare nel locale. Per fortuna lui ha lasciato i nomi al botteghino e di straforo ci hanno accolto. Lo spettacolo è stato fantastico. Eravamo con le ginocchia appoggiate al palchetto. Lo Stone Pony allora era un locale piccolo, massimo duecento persone. C’è un video di quella serata su YouTube: Bruce canta “Lucille”. La nostra passione cocente nasce da lì. La fanzine “Backstreets” fece un bel pezzo sulla nostra avventura con Boss. Ci fecero un articolo anche sul “Mucchio selvaggio”. Da allora ci siamo sempre più avvicinati a quell’uomo semplice che pure è diventato così grande».

E come nasce «Noi&Springsteen»?

«In questi 32 anni siamo cresciuti con Bruce nel cuore, con le sue canzoni, i suoi testi, le storie d’America che ha raccontato. Tre anni fa mi son detto: è ventotto anni che organizzo eventi, convention, congressi, convegni, mi piacerebbe organizzare qualcosa di bello dedicato a Springsteen. L’idea era quella di creare una giornata, o più giorni, prendendo spunto da situazioni che già esistono negli Stati Uniti, dove le università organizzano convegni su di lui. Volevo che parole e musica si combinassero e allora ho pensato di invitare esperti e musicisti. Abbiamo iniziato e le cose sono andate bene. Abbiamo fatto un po’ di fatica, ma ora siamo più conosciuti e tutti rispondono all’appello. Il primo anno è andata bene, il secondo abbiamo avuto problemi con il tempo, quest’anno abbiamo alzato ulteriormente il tiro».

Qual è lo spirito della due giorni fissata tra la fine di agosto e il primo settembre, anche alla luce del successo che ha ottenuto l’ultimo disco di Springsteen «Western Stars»?

«Abbiamo pensato di raccontare i primi cinque album del cantautore perché riteniamo che da lì sia partito quel “viaggio verso la redenzione” che, come racconto compiuto, emerge proprio nell’ultimo album. “Western Stars” è giusto la conclusione del viaggio. Bruce ha recuperato i suoi personaggi e li racconta per quel che hanno vissuto. Sono figure che hanno lottato, non hanno ottenuto quel che volevano, ma non hanno perso: hanno comunque vissuto. La domenica avremo proprio una tavola rotonda finale sull’ultimo disco. Quest’anno abbiamo commentatori importanti come Alessandro Portelli che racconterà “The River”. Un disco di cui ha scritto in modo profondo».

Avete canali diretti con l’America per le notizie che riguardano Bruce? Quali sono le vostre fonti?

«È Luca che segue i rapporti con gli Stati Uniti. “Backstreets” è il magazine con cui dialoghiamo di più, è un riferimento imprescindibile per tutti i fan springsteeniani. La fanzine è di Seattle. Da loro abbiamo avuto spesso notizie in anteprima. Siamo stati i primi in Italia a comunicare su Facebook il contenuto della telefonata che Bruce ha fatto a un’emittente americana dando la notizia di un film realizzato sull’ultimo disco. Non ci sarà il tour di “Western Stars”, e per questo è stato realizzato un documentario sulle canzoni».


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