Non postare gatto, ce n’è un sacco Sul web impazza la micio mania - Video

Non postare gatto, ce n’è un sacco
Sul web impazza la micio mania - Video

Di sabato si postano gatti: è la tradizione social di Caturday (gioco di parole con Saturday, sabato in inglese) nata intorno al 2005. Ma in qualunque giorno della settimana è difficile non trovarsene uno sulle bacheche dei social network: manca il senso della misura, un po’ come accade con le lasagne a Garfield (il celebre gatto-cartoon taglia extralarge). C’è chi li ama e chi li odia. Ma è innegabile che la gattomania sia un fenomeno di intrattenimento diffuso su scala mondiale.

Frivolo, sì, leggerissimo, ma pervasivo: contagia tutti gli ambiti della cultura pop, dai cartoni animati ai fumetti, dalla moda al merchandising di ogni tipo, dai film ai romanzetti di consumo. Non è uno scherzo: il Momi (Museum of the moving image) di New York dedica (fino al 31/1) un’originale mostra ai video su questo tema. Si intitola «Come i gatti hanno conquistato internet». È stato calcolato che sul web il 3 per cento dei contenuti riguarda gatti e ce n’è per tutti i gusti: da quelli che saltano con BB-8 (il droide di Star Wars) ai piccoli ninja casalinghi. Provate a digitare «cat» su youtube: i risultati sono oltre 41 milioni. I video più popolari viaggiano oltre i 129 milioni di visualizzazioni, ma se sommassimo i clic ottenuti da tutti i filmati pubblicati potremmo superare (secondo le ultime stime) i 25 miliardi.

Su Facebook i gattini sono regolarmente sommersi da like. Su Instagram quasi cento milioni di immagini hanno come oggetto i felini. Il gatto musone Grumpycat, che il pubblico della rete adora, ha un manager e un autista, e la sua padrona è diventata ricca. Un grande gioco collettivo? Un fenomeno culturale trasversale? Di certo l’amore-odio tra gatti e uomini è cosa antica. La dea egiziana del focolare domestico Bastet - per dirne una - era una gatta. Nel medioevo, all’opposto, il gatto divenne simbolo del male e persino del diavolo.

Da «Il gatto e il topo» di Esopo a «Il gatto con gli stivali» di Perrault, anche nelle favole i felini abbondano. E nel mondo della letteratura ci sono moltissimi gatti, quelli per esempio di Edgar Allan Poe, di Ernst T. Hoffman, di Rudyard Kipling, di Doris Lessing. Anche la poetessa polacca Wislava Szymborska dedica ai gatti versi pieni d’affetto ne «Il gatto in un appartamento vuoto». Molti gli eroi felini contemporanei, a partire da Simon’s Cat, creatura di Simon Tofield, serie web e fumetto: il suo canale su Youtube ha 3.7 milioni di iscritti. Simpatico, dispettoso, vorace, combinaguai, con un tratto grafico accattivante: un gatto vero, simile a quelli che abbiamo in casa. E poi c’è il sottobosco dei romanzi pop, spesso pubblicati in serie. Come «Il gatto che arrestava i malviventi e altre storie» di Detlev Bluhm.

Il gatto come portafortuna: un’idea portata all’estremo ne «Il gatto che aggiustava i cuori» di Rachel Wells, dove un simpatico felino riesce ad aiutare i suoi amici a realizzare i loro desideri più nascosti e a cambiare in meglio le loro vite. Un ruolo che comunque, in qualche modo, appartiene agli animali domestici di casa, un antidoto potente contro la solitudine, e la «pet-therapy» sembra funzionare. È così anche per Tom, ragazzo padre di una famiglia di gatti in «Orso. Le avventure di famiglia di un gatto filosofo» di Tom Cox.

Il segreto del loro fascino? Sono insieme indipendenti e fragili, istintivi e curiosi, reattivi, espressivi, pasticcioni. Non solo «carini e coccolosi». Come ne «Il gatto con gli stivali» nell’ultima versione Warner Bros sono furbi, un po’ cialtroni, opportunisti, con un nutrito «lato oscuro». Spesso in loro proiettiamo e troviamo qualcosa di noi stessi, qualcosa che sfugge alle regole. Anche per questo sono sempre capaci di regalare un momento di gioco, di tenerezza, una sorta di piccola, effimera evasione ai confini della realtà.


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