Ombre di legno e burattini lontani La mostra di Maurizio Buscarino

Ombre di legno e burattini lontani
La mostra di Maurizio Buscarino

La tradizione è nobile, il confronto suggestivo: stiamo parlando del teatro d’animazione, un mondo affascinante e antico che il fotografo Maurizio Buscarino racconta nella mostra «Burattini lontani. Il Bunraku giapponese e i burattinai lombardi».

Ben 70 scatti che sarà possibile ammirare a partire da sabato 18 gennaio alle 16,30 presso lo Spazio Viterbi, al quarto piano del palazzo della Provincia, in via Tasso 8 a Bergamo. L’inaugurazione sarà preceduta da un estratto di teatro Bunraku, tratto dallo spettacolo «Isotta», di e con Sophie Hames. A seguire, la proiezione del video «Ombre di legno», sempre realizzato dal fotografo bergamasco, che presenta anche immagini dedicate a marionette e pupari siciliani. Promotori dell’evento, il Museo del Burattino, la Fondazione Benedetto Ravasio, il Comune e la Provincia di Bergamo.

Fotografo noto a livello mondiale, dal 1973 Buscarino ha realizzato uno straordinario lavoro sul teatro contemporaneo, da Grotowski a Kantor, dall’Odin Teatret a Nekrosius, dal Kabuki al teatro nelle Carceri, dalla teatralità dei margini a quella istituzionale, fino al teatro di animazione. Le fotografie esposte sono state protagoniste della mostra tenuta al Teatro Sociale nel lontano 1995: accanto ai burattinai lombardi sfilano i maestri del Bunraku, l’arte giapponese che fonde la narrazione di testi epici e sacri, il suono di un liuto a tre corde e i burattini. Il termine deriva da Uemura Bunrakuken, che a inizio Ottocento rilanciò il teatro d’animazione, pratica di derivazione curativa e sciamanica. Quello tra il teatro dei burattini tipico della nostra tradizione - legato al dialetto, al sorriso dei bambini, alla baracca per la scena - e il raffinatissimo spettacolo orientale, codificato e denso di rimandi, sembra un incontro all’apparenza impossibile per le differenti lingue, tradizioni e culture. «Certo la nostra burattineria – sottolinea Buscarino – è più legata all’immaginario e alla cultura popolare, mentre quella giapponese è soprattutto riservata alle classi colte; ma queste due forme di spettacolo così lontane hanno in comune la “manovra” con cui l’animatore dà vita al fantoccio». Non a caso Buscarino sceglie di fotografare pupazzi e fantocci accanto al manovratore: il fascino comune ai diversi teatri di burattini e marionette sta nell’animazione che rende possibile la rappresentazione scenica. Sia per la tradizione lombarda che per quella orientale, animare significa dare vita, una proiezione fantastica e ancestrale che per i Giapponesi trova riscontro nello shintoismo.

Le immagini di Buscarino rendono giustizia di questa intima fusione: non semplici mani che muovono fantocci, ma corpi e voci che donano vita ai pupazzi. «I primi burattini – ricorda Buscarino – erano dei semplici stracci. Qualcuno infilava la mano in quei canovacci e iniziava a raccontare, evocando storie e poemi, mondi quotidiani e lontani». Da questo punto di vista, conclude Buscarino, «fotografare un attore o un burattino con il suo animatore non fa alcuna differenza, sono comunque corpi di scena».


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