Lunedì 06 Gennaio 2014

Piatti rotti a Cerete, «pulpiti» a Valnegra

L’Epifania delle tradizioni scomparse

Piatti rotti

Le scarpe esposte sulla finestra a Gazzaniga, i piatti rotti in strada a Cerete. E’ l’Epifania che non c’è più, quella dei riti e delle tradizioni bergamasche ormai scomparse, le cui tracce rimangono però in alcuni libri di storia locale.

Siamo andati così a curiosare fra vecchi testi scoprendo insolite vicende di un tempo ormai lontano.

A Cerete - ricorda Martino Compagnoni del suo Folclore - il 6 gennaio sanciva l’inizio del Carnevale contrassegnato fin o agli Anni Cinquanta da alcune caratteristiche consuetudini. La sera dell’Epifania decine e decine di coperchi, di pentole, di rottami venivano trascinati sulle strade. La chiamavano la sera di «scarpa-tòncc» (rompi piatti), durava qualche ora al grido «Viva il Carnevale».

I giovani dipingevano sui muri delle case delle ragazze l’impronta degli zoccoli a significare che lì sarebbe passato l’amore ma non si sarebbe fermato: un modo per sbeffeggiarle dicendo che sarebbero rimaste nubili.

A Valnegra - ricorda ancora Compagnoni - la festa dell’Epifania vanta tradizioni che risalirebbero al Quattrocento. Il 6 gennaio qui convenivano genti da ogni dove per stipulare contratti. Le riunioni si tenevano sotto i portici della strada provinciale o sulla mulattiera del Chiarello. Ai lati della strada vi erano dei massi dove la gente vi saliva per farsi notare, erano chiamati «polpecc» ovvero pulpiti.

Negli antichi scritti di Antonio Tiraboschi si ricorda invece che a Gazzaniga i ragazzi la notte dell’Epifanian esponevano le scarpe perchè i Re Magi passando con i cammelli «si fanno alti, alti, piccini, piccini, le rimpinzano di dolci e di frutti».

Nella Bassa Valcamonica - scrive Padre Gregorio di Valcanonica - era consuetidine scambiarsi doni chiamati «Benegate».

Resistono le tradizioni di Casnigo con la sfilata dei re Magi, mentre a Verdello - annota ancora il Tiraboschi - alla mezzanotte della vigilia dell’Epifania tutti dovevano dormire perchè a quell’ora «parlan le vacche e ad udirle ci sarebbe da morire di paira». Nella Quadra di Verdello - spiega così Compagnoni - era consuetudine coricarsi molto presto perhcé i «cavrècc» i folletti, facevan brutti scherzi e perchè a mezzanotte avrebbero parlato gli animali.

Emanuele Roncalli

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