Speranza, coraggio, ascolto Le parole chiave anti-Covid
Una parte del manifesto «Speranza»

Speranza, coraggio, ascolto
Le parole chiave anti-Covid

Con il festival «Fare la pace» 152 manifesti con le foto e i termini simbolo che raccontano «Quel che resta del bene».

Già da tempo gli organizzatori del BergamoFestival «Fare la Pace» avevano pensato, per l’edizione 2020, al tema «Quel che resta del bene»: «Volevamo ragionare – spiega il direttore scientifico don Giuliano Zanchi – sulla comparsa nella vita collettiva di parole e gesti che anche solo pochi anni fa avremmo ritenuto impronunciabili e inconcepibili. Ci sembrava che il rancore diffuso nella società e le ostentazioni di cinismo nella politica avessero cambiato in profondità la percezione di ciò che chiamiamo “bene”. Poi è arrivata la pandemia di Covid-19, che non solo ci ha obbligati a fare slittare la nostra rassegna da maggio a luglio, ma ci ha anche imposto di ripensare il taglio degli eventi. Non avremmo potuto condurre alcuna riflessione, senza tener conto di quello che nel frattempo era successo».

Significativamente, agli incontri che si sono svolti la scorsa settimana si affianca per tutto il mese un’installazione urbana con lo stesso titolo della rassegna, «Quel che resta del bene»: nelle strade della città rimarranno affissi 152 manifesti con una serie di tredici immagini scattate dal fotografo Giovanni Diffidenti allo scopo di documentare il lavoro svolto nel periodo più acuto dell’emergenza sanitaria da medici, infermieri, educatori e volontari; ogni foto sarà accompagnata da una parola chiave (da «Ascolto» a «Collaborazione», da «Cura» a «Dono») scelta dalla giornalista de «L’Eco di Bergamo» Elena Catalfamo, che si è ispirata a testimonianze e riflessioni da lei raccolte negli ambienti della cooperazione sociale.

L’«installazione diffusa», curata da don Zanchi e per la parte grafica da Silvia Polinoro, è stata realizzata in collaborazione con la onlus Cesvi, con numerose associazioni aderenti a Confcooperative (L’Impronta, Il Consorzio Sol.Co Città Aperta, Ecosviluppo, Alchimia, Il Pugno Aperto, Aeper, Biplano, Cooperativa Ruah) e con il Comune di Bergamo; all’iniziativa, patrocinata dall’Ospedale Papa Giovanni XXIII, hanno contribuito personalmente don Cristiano Re, responsabile dell’ufficio diocesano per la Pastorale sociale e del lavoro, Francesca Monge della cooperativa L’Impronta e Sara Ruggeri di Cesvi.

Tra le fotografie di Diffidenti, si è scelta come «immagine guida» una a cui è stata abbinata la parola «Speranza»: un abbraccio tra due anziani coniugi. «Lei finalmente è guarita – racconta Elena Catalfamo –: dopo alcune settimane è potuta uscire dal Bes Hotel di Mozzo, che dallo scorso aprile aveva accolto malati di Covid-19 già dimessi dagli ospedali ma ancora tenuti a restare in quarantena. Nella foto intitolata “Coraggio”, invece, le porte di un ascensore stanno per chiudersi, mentre gli infermieri portano un paziente allettato in un reparto di terapia intensiva dell’Ospedale Giovanni XXIII; in “Ascolto”, un giovane volontario consegna a domicilio la spesa a una coppia di anziani, nell’ambito di un’attività a sostegno degli over 65 promossa da Cesvi in collaborazione con il Comune di Bergamo, il Consorzio Sol.Co e la cooperativa sociale R.I.B.E.S.; in “Memoria”, vediamo alcuni dei nastri viola che erano stati appesi a molti balconi e inferriate di Città Alta, in ricordo dei morti per coronavirus».

«Nella nostra provincia – prosegue Elena Catalfamo – si sono contati dallo scorso febbraio almeno tremila decessi per Covid-19, ma è probabile che la cifra reale sia stata molto più alta dei dati ufficiali. In breve tempo, Bergamo è divenuta tristemente nota in tutto il mondo, per i video in Internet che mostravano le pagine delle necrologie dell’“Eco”. In un contesto così tragico sono però apparsi anche dei segnali di bene: il Comune, Cesvi e Confcooperative hanno avviato il progetto “Bergamo X Bergamo”, con una rete di un migliaio di volontari che hanno garantito un sostegno alle famiglie in condizioni di necessità, portando a casa la spesa, consegnando farmaci, pagando bollette, o ascoltando al telefono chi aveva bisogno di confidare a qualcuno le proprie angosce; con il sostegno del nostro giornale, dalla Caritas diocesana e di Confindustria è nata anche l’iniziativa “Abitare la cura”, per ospitare pazienti dimessi ma impossibilitati a rientrare subito nelle loro famiglie. Ora, con i 152 manifesti affissi in diverse vie cittadine vorremmo appunto mostrare “ciò che è rimasto del bene”, a Bergamo, dopo l’avvento della pandemia».


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