Mercoledì 18 Dicembre 2013

Terra antica, immagini nuove

Pino Capellini tratteggia la Bergamasca

San Tomè di Almenno San Bartolomeo

Un libro «a cavallo fra memoria e novità». Un biglietto da visita di «Bergamo e la sua provincia» per turisti e visitatori; oltreché, calendario alla mano, un’idea per una strenna natalizia. Un’antologia di «Immagini nuove di un territorio antico» (sottotitolo), con un saggio introduttivo che illustra storia, caratteristiche, qualità di Bergamo e della sua gente.

Un testimone «speciale»

Il testo è di Pino Capellini, giornalista de L’Eco di Bergamo, direttore di Orobie: un testimone «speciale» della storia bergamasca negli ultimi decenni, tanto che il suo è il nome più citato nel recente «Bergamo nel Novecento», di Pilade Frattini e Renato Ravanelli.

Le fotografie sono di Paolo Ardiani; i tipi della bergamasca Grafica & Arte, specializzata in questa produzione (152 pagine, 63 fotografie panoramiche, cofanetto, 48 euro). L’edizione multilingue in Inglese, Francese, Tedesco e Russo conferma la vocazione anche turistica del volume, con l’occhio all’Expo 2015. «Il libro – spiega Capellini – rientra nel filone che racconta la città e il territorio. Con il vantaggio che qui c’è una serie di immagini molto recenti, con dei tagli particolari».

Riassume la città «aldilà dell’impatto visivo». Città Alta può apparire, in certi momenti, invasa, caotica, affollata: «lo stesso visitatore non è aiutato a comprenderla». Con Città Alta, invece, «bisogna aver pazienza». Bisogna «aspettarla, godersela nei momenti di quiete; star lì almeno un giorno per assaporare le atmosfere». Che «non sono tanto quelle di piena luce». Città Alta è la quiete della sera o del primo mattino, «l’incanto della notte».

Pochi nati in Città Alta

Nei giorni feriali, quando si attenua l’andirivieni, «sembra riemergere la città di un tempo». Resta tuttora «molto vivibile e godibile», anche se ha perso «alcuni fondamenti, come gli abitanti». Pochissimi, ormai, i nati in Città Alta. «Prima la chiamavo l’ultimo paese della Bergamasca. Ora non è più possibile». Le immagini del libro, sottolinea Capellini, sono «specchio del carattere e della qualità della gente»: caratteristiche e identità precise, inconfondibili».

Qualcosa è rimasto, conferma il giornalista: «una certa austerità, un certo riserbo, una volta nota comune». Alcuni punti fermi possono ancora «intravedersi qua e là»: «la laboriosità, tipica dei muratori, degli stessi emigranti bergamaschi: “cosa” era il “laùr”, per antonomasia: il mondo esterno era un tutt’uno con il lavoro». E poi la scarsa inclinazione alle «smancerie», le amicizie «selezionate», «certi gusti», certa «passione per la musica: una volta il Donizetti non era solo un appuntamento di moda, era un sinonimo della città». Un filo che «in parte ancora sopravvive». Certo, ora «è cambiato moltissimo». Una svolta fondamentale è stata portata «dall’aeroporto: ci si è sempre lamentati dell’isolamento di Bergamo, per via della ferrovia. Orio ci ha immersi in pieno in un mondo che nemmeno immaginavamo».

«Non un libro di denuncia»

L’aggressione della modernità? «Questo non è un libro di denuncia», specifica Capellini. «Si punta a far conoscere il bello, anche sconosciuto, appartato, nascosto. A presentare il meglio». Certo, ci sono quartieri che «non sono nemmeno fotografabili, uguali a quelli di infinite altre città. Dispiace non aver capito che si poteva anche costruire, essere moderni, senza aggredire così il territorio», senza «sfruttarlo» così avidamente e selvaggiamente.

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