Un grande Kholodenko
entusiasma la «Sala Piatti»

Vadym Kholodenko ha inaugurato la 110a stagione concertistica della Società del Quartetto e anche di Musicasì di Gioventù Musicale di Bergamo. In una Sala Piatti affollata, il ventisettenne ucraino ha entusiasmato

Vadym Kholodenko ha inaugurato la 110a stagione concertistica della Società del Quartetto e anche di Musicasì di Gioventù Musicale di Bergamo. In una Sala Piatti affollata, il ventisettenne ucraino si è presentato per la prima volta in Italia in veste solistica (dopo alcuni concerti da camera).

La consacrazione della vittoria al Van Cliburn 2013 («una prova massacrante anche per la pressione psicologica» ci ha detto) lo ha lanciato nel grande circo internazionale dei concerti pianistici.

Kholodenko ha 27 anni, è giovane ma non giovanissimo: è ormai da un decennio abbondante che tiene concerti in mezzo mondo. La sua è una condizione strana, perché ha esperienza, quasi da provetto, anche se è giovane.

La sua abilità, scontata, ha dunque qualcosa di diverso da tanti altri giovani di talento. In un certo senso potremmo dire che il suo è un pianismo a più matrici stilistiche diverse, pronte ad affacciarsi e alternarsi anche nel corso di uno stesso recital.

Del resto la stessa compilazione del programma, con tre autori così diversi come Mozart (i due Rondò Kv 485 e 511), Debussy e Rachmaninov, lasciava intuire qualcosa di particolare. Ad esempio i tocchi leggeri e forbitissimi di Debussy - con i carillon degli Arabesques e dei Children’s corner - erano fortemente connotati in senso impressionista, con suoni liquidi e senza contorni, quasi sussiegosi in qualche risvolto, anche se poi Kholodenko forniva i contorni melodici con una precisione e un rilievo molto meno… impressionistico. E anche i due Rondò di Mozart non celavano un tipo di articolazione che suggeriva il piatto forte della serata, gli Etudes-tableaux op. 39 di Rachmaninov.

E infatti i nove affreschi del grande pianista russo vedevano il giovane interprete padrone di una lettura sospesa in modo ammirevole tra freschezza e consapevolezza, con ripieghi intimistici commoventi, tanto quanto altre estroversioni fiammeggianti, dense e appassionate. Insomma Kholodenko ha dimostrato di padroneggiare e scegliere anche stili e tocchi diversi e rimescolarli in un unicum originale e molto personale: tra il cesello e il turbinio, tra l’affondo più possente e la proposta dei riverberi più fragili.

Anche dalle sue dita si colgono alcune predilezioni tra i grandi pianisti: Gould, Schiff oltre che Sokolov. Che sia l’ultimo protagonista della grande scuola russa - tra i suoi maestri c’è anche il maestro di Pogorelich -non ci piove. I due fuoriprogramma concessi tra l’entusiasmo del pubblico (la Carmen Fantasie di Horovitz e il Preludio di Bach-Ziloti, quest’ultimo ucraino come lui) sono stati una bellissima conferma.

Bernardino Zappa

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