Martedì 14 Gennaio 2014

«Voleva conoscere il mondo

e farne un grande reportage»

Antonio Locatelli sul Gange, in India

Stefano Mazza non somiglia ad Antonio Locatelli, eppure, con la madre Carla, ne rappresenta l’ultimo discendente diretto. Ha 54 anni, i capelli biondi e una grande passione per il viaggio intorno al mondo del suo prozio.

Lunedì nella sala Viterbi della Provincia presenterà alla città il materiale inedito di quel famoso viaggio. Di che cosa si tratta?

«Fotografie, disegni, i diari. I diari erano raccolti in dieci volumetti, praticamente illeggibili. Li ho decifrati e riscritti, adesso saranno a disposizione di chiunque».

Come è possibile che siano rimasti inediti per novant’anni?


«Le fotografie si pensava non esistessero. Una parte era conosciuta, ma la maggioranza era sparita. Mia zia Rosetta, l’ultima sorella di Antonio, se le era banalmente dimenticate. I negativi erano finiti in un cassettone, sotto una montagna di lenzuola. Le ho trovate dopo la morte di Rosetta, quando dovemmo liberare la casa».

E i diari?


«Semplice, i diari erano illeggibili. Per decifrarli ci ho impiegato un anno, mi sono costruito tutto un armamentario, ho ingrandito ogni paginetta in formato A3. Un anno di lavoro e dai dieci quadernetti è venuto quello che potrebbe essere un libro di 250 pagine».

Perché suo zio intraprese questo viaggio?


«Perché era un esploratore, un idealista. Lui voleva conoscere il mondo, entrare nel mondo. Non andò in aereo perché non gli interessava una semplice trasvolata. Voleva penetrare il cuore del mondo. Per questo, ad esempio, ci teneva a parlare con il poeta Tagore. Invece non lo trovò perché Tagore si trovava in viaggio in Himalaya. Hirohito invece volle incontrarlo lui perché era un appassionato di aviazione».

Suo zio era fascista.


«Certamente aderì al fascismo. Ma mio zio era soprattutto una persona che credeva nelle sue idee, era coerente, incorruttibile. Così con il regime ebbe sempre problemi e posso dire che, da un certo punto di vista, ne prese le distanze. Anche la decisione di partire per l’Abissinia nel 1936 a mio avviso costituisce un elemento di coerenza con il suo essere soldato, non rispetto al regime fascista».

Ha trovato indicazioni interessanti?


«Tante, tante. Per esempio questa, dal porto di Massaua quando rinuncia all’incarico offertogli via telegramma dal governo. Scrive: “Rispondo che non posso interrompere ora il mio viaggio e rifiuto ogni incarico. Son ben felice di non essere a Roma a partecipare alle competizioni di scrittoio!”. Questa nota del diario dà l’idea di chi fosse Antonio Locatelli, della sua onestà, della sua indifferenza rispetto alle poltrone. Mio zio intendeva la politica come servizio. Non solo la politica, ma anche il suo ruolo di soldato, per esempio».

Suo zio era considerato un eroe della guerra, ma fu anche molto altro.


«Aveva l’animo dell’esploratore. Di qualsiasi cosa. Della giungla indiana, della scrittura, dell’arte, del giornalismo... Voglio dire che era un uomo innamorato della conoscenza, che aveva questa enorme curiosità. Lui parte per fare il giro del mondo per esperienza personale e per farne un reportage. Per questo viaggia con un’ingombrante macchina fotografica, il meglio del suo tempo, ma fare foto senza cavalletto era un’impresa... Per questa ragione scattò oltre tremila fotografie, fece trecento disegni, scrisse i diari... Era già un multimediale».

Nel suo viaggio si trovò in luoghi particolari?

«Risalì tutto la Yang Tze Kiang, il grande fiume. Salì sulla cima del Fujiyama. A Tokyo incontrò persino un bergamasco, un tale Carrara della Val Seriana che vendeva stoffe. Una volta fu ospite di un incrociatore italiano, nel mar della Cina, venne accolto come tenente dell’esercito...».

Che cosa l’ha colpita di più?


«Tante cose. La dimensione spirituale di mio zio che cercava sempre di cogliere qualcosa oltre, di andare al di là dell’apparenza».

Paolo Aresi

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