Rischio AI sul lavoro: si impara meno se il compito è troppo facile

CAPITALE UMANO. All’Università Luiss il rapporto Look4ward di Intesa Sanpaolo sull’intelligenza artificiale utilizzata dalla Generazione Z. Elisa Zambito: «Non sostituisce l’apprendimento, ma lo trasforma».

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Per capire come gestire la Gen Z in azienda, prima o poi bisogna passare dal tema dell’intelligenza artificiale: non solo quanto i giovani la usano, ma come le aziende progettano gli strumenti e i percorsi che gliela mettono in mano. È il punto di vista di EDUNext, il terzo rapporto dell’Osservatorio Look4ward, realizzato da Luiss e Intesa Sanpaolo e presentato nei giorni scorsi all’Università Luiss Guido Carli. La ricerca conferma che l’IA, usata bene, è una risorsa, ma introduce un avvertimento utile a chi progetta la formazione in azienda: nei compiti a bassa complessità chi lavora senza IA registra un engagement superiore del 15%, un apprendimento del 4% più alto e una motivazione intrinseca dell’11% maggiore rispetto a chi si affida alla tecnologia. Nei compiti complessi il quadro si inverte, e l’IA diventa un’ancora cognitiva che riduce il carico di lavoro.

Servono personalità solide

«L’intelligenza artificiale non sostituisce l’apprendimento, lo trasforma» spiega Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo e tra le fondatrici dell’Osservatorio. «Il Report nasce dalla consapevolezza che rappresenti una trasformazione tecnologica, oltre che una sfida globale, educativa e culturale, che richiede alleanze strategiche tra istituzioni, università e aziende». «L’IA richiede personalità solide in grado di coordinarla», aggiunge, in una riflessione profonda su nuovi modelli educativi, capaci di promuovere «un ecosistema dell’education aperto, collaborativo, orientato al futuro».

Sulla stessa linea Enzo Peruffo, Prorettore per la Didattica della Luiss: «Le competenze trasversali non possono essere considerate un esito indiretto dei percorsi formativi, ma devono essere progettate, allenate e valutate come parte integrante dell’apprendimento», in percorsi che «preservino l’autonomia cognitiva dei discenti». Il quadro nazionale, secondo i dati Eurostat citati nel rapporto, resta indietro rispetto alla media europea: solo il 20% degli italiani usa l’IA generativa, contro il 33% della media Ue, al penultimo posto tra i 27 Paesi. Ma tra i 16 e i 24 anni la quota sale quasi al 50%, e tra gli studenti sfiora il 60%: la distanza si accorcia proprio sulle fasce più giovani.

«Oggi il vantaggio competitivo di un’azienda non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla sua capacità di garantire competenze al passo con la trasformazione del lavoro» afferma Giacomo Castri, Executive Director, People Attraction Skills & Learning Strategy di Intesa Sanpaolo. «Nel 2025, primo anno di attività della nostra Academy4Future, abbiamo formato 26.000 persone di Intesa Sanpaolo; entro il 2029 saranno coinvolte tutte le 90.000», un investimento che «attiva un driver di crescita che genera benefici per l’intero Gruppo».

No all’uso indiscriminato

Lucia Marchegiani, responsabile del team di ricerca dell’Osservatorio, ha spiegato la logica dietro i numeri: «L’utilità di questi strumenti varia con la complessità del lavoro: se nei compiti più semplici l’assenza di tecnologia favorisce apprendimento e motivazione, in quelli complessi l’IA riduce il carico cognitivo e migliora le decisioni». La risposta, conclude, «risiede in una strategia che limiti l’uso indiscriminato di IA e che combini formazione continua e autonomia critica». Il rapporto adotta un disegno di ricerca articolato in quattro filoni: interviste in profondità a Ceo e figure chiave dell’ecosistema economico, una survey su 600 Hr manager italiani, un esperimento controllato su 800 persone con design fattoriale 3x2 e un approfondimento dedicato al segmento scolastico K-12, dove la scuola secondaria emerge come l’anello più debole dell’intero ecosistema educativo, cioè il luogo in cui si formano, o si perdono, gli strumenti cognitivi con cui i futuri lavoratori affronteranno l’IA una volta entrati in azienda. Al convegno era presente anche Vincenzo Esposito, amministratore delegato di Microsoft Italia, secondo cui «le competenze diventano un fattore decisivo: la competitività si giocherà sulla capacità di apprendere e integrare conoscenze diverse». Con lui Salvatore De Rienzo di Egon Zehnder e Stefano Sperimbrogo, AI & Data Lead di Accenture, a conferma dell’interesse con cui il mondo delle imprese guarda al rapporto tra intelligenza artificiale, competenze e nuove generazioni. Le due facce del fenomeno, in fondo, si tengono insieme: da un lato i giovani, che l’IA la usano già più e meglio della media dei lavoratori, come racconta la ricerca dell’Osservatorio Hr Innovation; dall’altro le aziende, che devono ancora imparare a costruire attorno a quell’uso spontaneo percorsi calibrati sulla complessità reale del lavoro.

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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